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01/08/2015

IL MALE OSCURO DELLA DEMOCRAZIA : GLOBAL GOVERNANCE

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Cari Noieuropeisti, oggi pubblichiamo alcuni estratti dell’articolo : ” A PROPOSITO DI «THE LAW OF GLOBAL GOVERNANCE» DI EYAL BENVENISTI. I POSSIBILI OSTACOLI A UNA DISCIPLINA UNITARIA DELLA «GOVERNANCE» GLOBALE, in Rivista Trimestrale di Diritto Pubblico, fasc.4, 2014, pag. 916 , di Barbara Marchetti, affinché si comincino a comprendere gli effetti dello spostamento delle funzioni costituzionali tipiche di uno stato nazionale, ” istituzioni “, versus “entificazioni” multinazionali, di potere superiore, fuse nel correlato sistema internazionale chiamato ” multi – governance”.
La domanda è sempre la stessa, che ripetiamo anche in altri commenti in questo blog, se la legitimacy è ciò che permette ad  un’ istituzione di fondare il suo potere, dotarsi di quell’ autorevolezza proveniente dal basso, chi è il sovrano oggi ?
Con il Re essa era espressa  con la forza ( Hobbes, the Leviathan ), con i parlamenti con le elezioni, ma quid iuris con le agenzie del sistema della multi governances ?
Nell’attuale sistema esistono a livello mondiale oltre 40.000 enti pubblico- privati globali regolatori di interessi, che devono operare in assenza di norme uniformi e principi comuni.  Il saggio illustra il  dibattito tra chi, da un lato, esalta le funzioni di queste agenzie sovranazionali, per la loro funzione di “regolare” e “giudicare”  in modo  uniforme aspetti complessi e distinti del business mondiale, e chi dall’altro, dubiti della loro efficacia di istituzioni, della loro autorevolezza, per il fatto di non avere uno statuto pubblico, di avere regole s’, condivise da stati, ma proposte da “regolatori”, o anche “Rulers” i quali sono spesso confusi con gli advisor dei soggetti ( imprese, governi)  portatori di interesse( stake holders).
Uno dei problemi, per lo più sottaciuti, del meccanismo di produzione di decisioni e di norme, definito sistema della ” Multi Governance ” è l’enorme potere assunto  dal lobbismo e le pressioni esercitate su i vari  panels decisionali, la commistione dei loro “members“, provenienti da ambienti scientifici e da carriere ispirate dagli stessi istituti di ricerca e ambienti universitari.
L’articolo della Marchetti commenta le tesi di Benvenisti  circa gli ostacoli alla globalizzazione per i poteri di “governances” tout court,  per il quale  in realtà questi ostacoli, ovvero la mancanza di poteri globali di revisione delle decisioni, di legitimacy e di ‘autority, e poi come da noi commentato di una opinione pubblica mondiale, di poteri diffusi di checks and balances, provengono dalla rinuncia delle prerogative degli stati nazionali e lo spostamento di competenze funzionali, una volta cruciali per costituzione di uno stato,  ad organismi sovrastrutturati in uno spazio giuridico globale più simile ad un mare magnum che ad un ordinamento costituito.
Questi ostacoli diventano il motivo stesso per cui il cittadino virtuale di questo spazio giuridico globale, è trasformato in una sorta di “ignorante”, legibus solutus con ” tavole” che gli volano sopra la testa.
Un soggetto ridotto al semplice ruolo di  “Whistleblower”, ovvero di fischiettatore di scandali, questuanti sterili proteste sotto la propria abitazione o presso il giornalaio  e quindi inerme spettatore ( per altro pagante).
Un cittadino non più in grado di poter influire nel minimo modo di fronte alla diversa scala degli effetti delle decisioni che influiscono quotidianamente sulla sua vita ( ad esempio autorizzazione farmaci – cure mediche – governance delle procedure di assicurazione- governance & regulations dei mercati finanziari – autorizzazione degli OGM) e la maestosa  palizzata di tecnicismi sempre più sofisticati nel quale gli unici soggetti capaci di muoversi a loro agio sono le Globals, le società multinazionali con i loro centinaia di avvocati.
Un “moloch” chiamato struttura della “multi governances”  che allargando lo spazio giuridico di riferimento restringe al minimo la partecipazione consapevole del cittadino ( messa in crisi anche nei singoli stati per gli effetti orizzontali di certune normative), a cui non viene data possibilità di attivare , motu proprio, veri meccanismi di revisione delle decisioni ,  di “judicial review”, efficienti effettivi e  trasparenti.
Lo spazio giuridico globale si interseca con il potere degli stati sovrani nella cornice del diritto internazionale ed è oggetto del lavoro di Benvenisti, un “giuspubblicista” di fama mondiale, il quale afferma che la carta CEDU, in particolare l’art. 6 e l’art. 13 dell’American Conventions su gli -Human RIghts,  impersonifichino la garanzia di una Grundnorm di questo sistema mondiale detto spazio giuridico della Multi Governance.
La Marchetti passa in rassegna i maggiori temi del dibattito intorno il sistema della “multi governances” e del diritto internazionale degli stati.
E’ possibile superare e amalgamare lo spazio giuridico internazionale, un sistema di vincoli mondiali a metà tra il diritto internazionale di natura bilaterale, di accordi bilaterali tra stati ( anche di natura informale) e il potere coercitivo che sotto traccia influenza gli stessi, in un unico diritto ispiratore, uniforme e in grado di legittimare , di riferire “accountability” alle fragili istituzioni delle c.d. agenzie del diritto ?

La Marchetti tenta di rispondere passando in rassegna in modo accurato  i temi cruciali di questo dibattito : ” i regolatori” , il principio di “internal review “,  i “giudici globali” , le  “norme globali” , l’ autorevolezza, la “legitimacy” e ‘” l’accountability”, il diritto internazionale, le autorità indipendenti, le agenzie mondiali,  le aziende portatrici di interessi enormi( le c.d globals) e i cittadini. Precisiamo che S. Cassese ( ex membro della Corte Costituzionale) il cui lavoro ha sicuramente  influenzato l’ autore nell’articolo, è citato come autore di opere in linea con le Tesi di Benvinisti.

In realtà le tesi a sostegno della global governance (multi governances ndr), anche commentate in questo Blog, sono espresse in qualità di massimo teorico – della “organizzazione amministrativa”, con piena astensione da un giudizio definitivo limitando la descrizione agli aspetti strutturali.
Buona lettura.
Emiliano Varanini, Avvocato in Roma.
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…Global governance”, di B. Marchetti.
Lo spostamento oltre lo Stato di molte funzioni pubbliche — la tutela della salute, dell’ambiente, della sicurezza alimentare, del lavoro, del commercio, la regolazione della finanza — genera una moltitudine di problemi: essi sono legati, da un lato, alla mancanza di un ancoraggio costituzionale cui ricondurre tali poteri; e dall’altro, all’assenza di meccanismi di partecipazione, responsabilità e «review» paragonabili a quelli costruiti dentro alle democrazie statali. Ne risultano indebolite le garanzie della «rule of law» e le tecniche di controllo delle decisioni globali. In più, accanto alle organizzazioni internazionali classiche sono rinvenibili organismi multiformi, di natura mista o privata, per i quali le logiche negozial-diplomatiche e i meccanismi tradizionali di produzione e modifica delle regole non valgono. L’azione globale si traduce sempre più spesso in standard, strumenti convenzionali e «soft law» che penetrano negli ordinamenti statali attraverso percorsi inediti, bypassando i Parlamenti nazionali e i relativi circuiti democratici. Sono dunque cambiati i soggetti produttori di regolazione, sono mutati gli strumenti attraverso cui si realizza la cura globale degli interessi, e sono diversi gli effetti e i destinatari dell’azione globale.
Rispetto a queste trasformazioni, una riflessione critica è sentita da tempo come necessaria: numerosi studi (che si identificano sotto la comune etichetta del «Global Administrative Law» – Gal) hanno posto in evidenza il bisogno di costruire garanzie e regole per contenere i nuovi poteri, hanno cercato nelle esperienze nazionali i possibili antidoti alle principali patologie e ne hanno proposto il trapianto nel panorama globale. Benvenisti muove dagli approdi di questa riflessione per procedere oltre. Egli abbandona l’approccio specialistico e settoriale, proprio di molti studi dedicati allo spazio giuridico globale, per proporre la costruzione di un diritto unitario applicabile a ogni organismo regolatore internazionale. L’intento è ambizioso, richiede un’ampia conoscenza della realtà internazionale e delle logiche che la governano e presuppone il parziale superamento della frammentazione dell’ordine internazionale. Per giungere a questo risultato, Benvenisti procede anzitutto a esaminare la varietà dei soggetti regolatori, poi cerca un possibile fondamento alla loro disciplina comune, stabilisce il nucleo di questa, nelle sue articolazioni procedurali e sostanziali, e fissa infine i termini delle relazioni tra regolatori globali e sovranità statali, individuando ragioni, significato e portata delle reciproche influenze. Quello che Benvenisti propone è, dunque, una costruzione sistematica e unitaria della regolazione globale, in cui l’azione dei regolatori viene assoggettata a un nucleo irrinunciabile di regole, che seppur (ancora) incompleto, sia capace di attenuare e contenere le molte diseguaglianze e lacune che caratterizzano la «governance» internazionale. Qui di seguito si proporranno alcune riflessioni critiche: esse toccheranno in particolare l’utilità della distinzione pubblico/privato nello spazio globale, l’individuazione della fonte delle «procedural obligations» delle istituzioni globali, le implicazioni legate alla trasposizione di alcune garanzie partecipative a livello internazionale e il tema del «review» operato dai c.d. giudici globali. Una miriade di accordi informali ha dato vita negli ultimi decenni a organismi regolatori assai distanti rispetto al modello tradizionale di organizzazione internazionale pubblica. Gli Stati preferiscono la strada degli accordi non vincolanti e della cooperazione internazionale informale: accanto alle «International Governmental Organizations» (IGOs), fondate sulla logica del consenso, si prediligono ora strutture a rete, anche a partecipazione mista, organismi pubblico/privati e istituzioni private. Questa fuga dal pubblico — o meglio dalla struttura classica dell’organizzazione internazionale, fondata su Trattati vincolanti e sulla regola del «consensus» — si traduce, secondo Benvenisti, in un allentamento dei meccanismi di «accountability» e in un’accentuazione delle diseguaglianze tra Stati forti e Stati deboli, impossibilitati questi ultimi a riequilibrare la loro minore forza economica e commerciale. Questa tendenza de-formalizzatrice ha portato alla nascita di tre tipologie di soggetti che affiancano le organizzazioni internazionali classiche: si tratta delle reti intergovernative informali, delle Istituzioni Pubblico/Private e delle Istituzioni private. Addentrandosi nei molteplici esempi forniti dal volume, peraltro, non paiono del tutto chiare e inequivocabili le implicazioni di questa classificazione, al punto che ci si può interrogare sulla utilità e sulla estrema problematicità, nel contesto globale, della distinzione pubblico/privato ……omissis…. La International Conference on the Harmonization, inclusa tra le istituzioni pubblico/private, è composta dalla agenzie per i medicinali di alcuni Paesi (Stati Uniti, Giappone, Unione europea) e da rappresentanti dell’industria farmaceutica: ha il compito di stabilire i requisiti tecnici per la registrazione di medicinali per uso umano, condizionandone l’immissione in commercio e la circolazione nell’intero mercato mondiale. I suoi tratti informali e la presenza delle multinazionali farmaceutiche ne rendono criticabile l’azione in termini di accountability, trasparenza dei processi decisionali, inclusione/esclusione degli stakeholders, e di cattura dei regolatori. ….. La partecipazione pubblica, dunque, non pare di per sé indicativa della presenza di garanzie proprie della sfera pubblicistica, né le conferisce tratti distintivi rispetto a quelli rinvenibili in istituzioni formalmente private. Ancora: la International Financial Corporation (Ifc), anch’essa deputata a elaborare standard, ha molto tardato — nonostante la sua natura originariamente pubblica — ad accordare garanzie procedurali e di «review» ai soggetti colpiti dai progetti finanziati e lo ha fatto sostanzialmente in risposta alla forte pressione esercitata dalle Organizzazioni non governative. La natura formale dell’Istituzione e la presenza o meno di attori governativi non pare decisiva, quindi, per stabilire la disciplina applicabile: la costruzione delle regole sul decisore e sul procedimento richiede comunque un’indagine concreta dei meccanismi di decisione, una ricognizione degli interessi in gioco e una verifica dei rischi di conflitto di interessi e di cattura dei regolatori specificamente legati ad un determinato assetto di governo, a prescindere dalla natura pubblico o privata dell’organismo interessato. Se il nucleo delle garanzie e dei principi del Gal può (e dunque deve) accrescere l’accountability dei regolatori globali e attenuare le diseguaglianze e le inefficienze del sistema, occorre innanzitutto trovare un fondamento comune all’obbligo per le IGOs di prestarvi rispetto. Al di là delle ragioni di opportunità che possono muovere la decisione delle singole istituzioni di auto-assoggettarsi a tale disciplina — al fine ad esempio di rendere meno indigesta la propria azione, e accrescerne così l’effettività — Benvenisti individua nel diritto internazionale dei diritti umani la comune fonte di una tale obbligazione. La ragione di questo ancoraggio poggia sul seguente argomento: gli organismi globali sono soggetti al diritto internazionale consuetudinario e ai principi generali del diritto; il diritto internazionale dei diritti umani costituisce — nel suo nucleo fondamentale — parte del diritto internazionale consuetudinario e dei principi generali del diritto; il GAL, con le sue garanzie di pubblicità, partecipazione, giustiziabilità e razionalità delle decisioni, è parte del diritto internazionale dei diritti umani, e dunque vincola i regolatori internazionali. A sostegno della sua costruzione, Benvenisti richiama la American Convention of Human Rights, che all’art. 13 tutela — anche nei confronti dei poteri statali — il diritto di accesso alle informazioni pubbliche e la Dichiarazione Universale dei diritti umani, che all’art. 21 stabilisce che ogni persona ha diritto di prendere parte al governo del proprio paese direttamente o attraverso rappresentanti liberamente scelti. Il diritto a una tutela effettiva (art. 6 Cedu), previsto a garanzia delle violazioni dei civil rights, fonderebbe poi il principio di giustiziabilità delle decisioni…. omissis, …..omissis……..In realtà, tutti gli ingredienti necessari per assicurare una buona decisione sono difficili da reperire nel contesto globale. Da un lato, resta la difficoltà di applicare queste regole a procedure de-formalizzate, che non sfociano in una decisione individuale, che non hanno un andamento procedimentalizzato, ma che sono il frutto, piuttosto, di relazioni negoziali informali e di accordi diplomatici. Dall’altro, difettano spesso la trasparenza e la pubblicità dei processi decisionali e appare difficilmente controllabile — per la estrema complessità tecnica della regolazione — il contenuto dell’azione globale. Anche ammesso che abbiano la legittimazione necessaria per farlo, in quale modo i cittadini possono controllare le informazioni e apportare elementi conoscitivi all’interno della «International Conference on Harmonization»? O influenzare l’esito della procedura di approvazione di standard finanziari a elevato contenuto specialistico? È evidente che la partecipazione può essere un guscio vuoto se non è in grado di incidere sull’esito finale ed è altrettanto evidente che nel contesto globale essa necessita per lo più di canali organizzativi peculiari (S. Cassese, Chi governa il mondo?, Bologna, il Mulino, 2013, 100). È stato, ad esempio, posto in luce quanto scarse siano le possibilità di successo della partecipazione dei Paesi in via di sviluppo ai lavori della Codex Alimentarius Commission, non solo in ragione delle difficoltà economiche legate (banalmente) alle spese delle proprie rappresentanze (ovviate attraverso la creazione di un Fondo) ma proprio in ragione della loro ridotta «expertise». Inoltre, non sempre la linea che separa la partecipazione dei regolati e il loro tentativo di cattura dei regolatori appare netta. …..omissis……Nel secondo caso, le ingerenze si producono al di fuori di un rapporto di delega e delle logiche del consenso e la «compliance» è indotta dalla necessità di accedere al mercato e di evitare gli altissimi costi di un’esclusione. Qui, mancando un canale istituzionale di partecipazione al processo decisionale, si realizza una totale dissociazione tra regolatore e regolato e la soggezione delle IGOs alle regole GAL sul decisore e sul processo decisionale rappresenta l’unica via per bilanciare, almeno in parte, il deficit democratico e di accountability dell’azione globale. Vi è poi, comunque, un problema comune a entrambe le ipotesi, ovvero l’innesto della decisione adottata dagli organismi internazionali nell’ordinamento chiamato ad accoglierla: spesso le soluzioni prese dagli organismi regolatori sono il portato di una certa cultura giuridica, quella statunitense, dovuta alla circostanza che molti decisori globali si sono formati nelle università americane. Sarebbe opportuno pensare a Istituzioni in cui siano, invece, rappresentate le diverse tradizioni giuridiche mondiali. La Convention on the Settlement of Investment Disputes between States and Nationals of other States (Icsid), ad esempio, stabilisce che nel decidere i componenti dei Panel il presidente «shall pay due regard to the importance of assuring representation on the Panels of the principal legal systems of the world and of the main forms of economic activity». Un diverso strumento, ancora, è costituito dal margine di apprezzamento garantito dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo all’interno del sistema della Cedu. Insomma, l’accettabilità delle ingerenze globali nelle Sovranità statali e l’effettività delle regole prodotte oltre lo Stato dovrebbero dipendere non solo dal rispetto delle regole sul decisore e sulla decisione ricordate da Benvenisti, ma anche dalla capacità di tenere conto delle diverse tradizioni giuridiche mondiali. Infine una nota sui giudici globali. Essi sono i custodi dell’»internal review», ma anche i protagonisti del «peer review»: stabiliscono le norme di riconoscimento e le passerelle tra i sistemi (S. Cassese, I Tribunali di Babele, Roma, Donzelli, 2009), ma risolvono anche i conflitti all’interno di uno specifico regime, bilanciando gli interessi e controllando la legalità delle decisioni. Se è loro affidata la funzione di assicurare il rispetto della «rule of law» globale, tuttavia, occorre interrogarsi sulla loro imparzialità e sulla loro legittimazione: se riteniamo che tali possano considerarsi solo gli organi che possono vantare un certo grado di indipendenza dai decisori, che fondano le loro decisioni su argomentazioni giuridiche, che aprono le proprie procedure alla partecipazione di soggetti terzi, che decidono in udienze pubbliche e che adottano decisioni vincolanti (A. Von Bogdandy e I. Venzke, On the Democratic Legitimation of International Judicial Lawmaking, 12German L.J. (2011) 1341), la gran parte dei «panel» e dei «compliance committe» cui è affidata la review globale non può considerarsi tale. Tutti sono espressione di una funzione giustiziale globale, ma occorre fare opportuni distinguo: la sentenza della Corte di giustizia Internazionale e le conclusioni del Compliance Advisor/Ombudsman (Cao) sono il frutto di un processo di giurisdizionalizzazione più o meno avanzato e di organi che godono di un diverso grado di indipendenza, al punto che lo stesso «lasciapassare» nei confronti delle loro decisioni da parte di un ordinamento nazionale o sovranazionale non dovrebbe esservi indifferente. Nella sua Prima lezione di diritto globale, Maria Rosaria Ferrarese invita gli studiosi a inoltrarsi nella foresta per cogliere i tratti complessivi dell’ordine giuridico globale, ma incita anche a studiare e classificare le singole piante. Benvenisti ha raccolto l’invito e ci ha portato a riflettere su una possibile disciplina unitaria dello spazio giuridico mondiale. Questa esplorazione è molto utile e interessante, per il filo rosso che la attraversa, ma non fa venir meno la necessità di uno studio approfondito dei singoli regimi settoriali. Capire cosa è pianta e cosa è erbaccia — alla luce dei principi democratici e di legalità — resta fondamentale per identificare le specie, imparare a trattarle e poter così vivere armonicamente nella foresta.
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02/05/2014

La fine delle democrazie europee. L’Europa che verrà.

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La fine  delle democrazie europee. L’ Europa che verrà.

A che punto è il dibattito sul conflitto tra democrazia e capitalismo, o meglio tra i vecchi stati e i vecchi parlamenti dell’europa, e il capitalismo globale finanziario, arrocattosi nel potere delle nuove istituzioni europee ?

Le origini

L’idea che forma di governo e forma di stato possa essere oggetto di una decisione presa a livello di stanze iperbariche di potere, a consuntivo di un processo storico e sociologico , che ha riguardato i singoli stati per millenni, è stata accarezzata dai lobbisti tecnocratici del patto di maastricht (1992), dove si decise che il singolo stato potesse essere indebitato .

SI decise che se il costo del capitale avrebbe posseduto per lui una funzione remunerativa,  era necessario che un super organo- La Ue all’epoca CE riformata proprio con quel trattato, per poter esercitare tale controllo, avrebbe  beneficiato di una cessione di competenze e di poteri tali da snaturare e svuotare le forme di governo e di stato dei singoli stati membri

Oggi la CE  dopo Lisbona è diventata l’Unione Europea.

Lo iato tra funzioni statali e il tema dei loro costi ha cessato di esistere.

Funzioni  come l’ istruzione,  la sanità  dagli anni ’80 in poi, sono stati  inseriti in Europa, in una  logica di attivo/ passivo di bilancio.

Tuttavia va osservato che in contraccambio i cittadini , prima sudditti delle monarchie costituozinali , poi cittadini repubblicani, avevanano nei parlamenti nazionali  la garanzia di poter vedere mantenute intatte le guarentigie di controllo  dal potere assoluto.+

Si può dire altretanto a proposito della UE ? Diremmo di no, visto che la Ue ha una diversa  formula, rispetto agli stati, per  esprimere i poteri di  check and balances in favore dei cittadini rispetto agli atti ( comitati – parlamneto – commissione – delegazioni – trattati bilaterali etc…- decisioni delle agenzie-…etc..) dei suoi apparati.

Dunque la domanda è : su cosa si basa il sistema istituzionale della Ue ? Su quali guarentigie per i cittadini ?

In generale il rapporto tra organizzazioni complesse e popolazione è sempre stato in evoluzione.

Gli Stati, ovvero quelle entità formatesi con la forza, in un apparato di obbedienza, in cambio di protezione ai cittadini dall’invasione dei propri confini,  sono un fenomeno recessivo nel contesto del nuovo quadro istituzionale.

Il rapporto tra queste organizzazioni e i cittadini si basa per ciò che concerne i sistemi definiti “democratici”, sulla legittimazione ( legitimacy).

La legittimazione è il sistema di  “riconoscere” e quindi “legittimare” in senso  “democratico” un sistema, un apparato ordinamentale,  dal basso verso l’alto. Ciò avviene con le elezioni ad esempio, o altri meccanismi di controllo/revisione ( referendum).

L’ accountability invece è l’autorevolezza con cui dall’alto lo stato influenza e permea la vita dei cittadini.

Lo studioso Sabino Cassese, membro della CORTE COSTITUZIONALE, nel libro “GOVERNARE gli italiani” (2014, edizioni il Mulino),all’interno del capitolo sulla Globalizzazione e gli Stati,  da lui trattato anche in lingua inglese sulla rivisita internazionale di diritto pubblico (http://www.iilj.org/gal/documents/THEGLOBALIZATIONOFLAW.pdf) , si sforza di intepretare la fine degli  stati anche nell’evolversi del fenomeno multi statuale di quella da lui chiamata  “multigovernance” o  “governance a multi livello“.

Quali sono gli effetti della globalizzazione e quali sono i suoi  effetti rispetto all’attuale tendenza della  fine degli Stati  ?

Nonostante la statura di grande studioso, le risposte che un lettore avveduto si aspettava non sono giunte.

Cassese non chiarisce ad esempio con quali forme la democrazia potrà mutare nel nuovo assetto.

Nel libro di cui sopra, Cassese, che è uno dei massimi studiosi mondiali  delle organizzazioni amministrative, e in particolare della organizzazione dello stato italiano,  in realtà  pare rimanere deluso dal fenomeno di quella che lui stesso chiama “Governance without a Goverment ” ovvero la Globalizzazione e la satellarizzazione delle organizzazioni destinate a svolgere funzioni un tempo statuali.

Per Cassese, esclusivamente da  un punto di vista  organizzativo e amministrativo , gli stessi Stati .sarebbero ancora protagonisti. Perchè ? Perchè destinati secondo lui a mantenere un ruolo addirittura maggiore nella Globalizzazione con le nuove competenze, che eserciterebbero su scala globale, contro il terrorismo , la pirateria ed altro, aumentando areee d’influenza, anche fisicamente, prima sconosciute.

Il  processo di uniformità delle norme regolamentari di secondo livello.

Ma questo ottimismo appare sfumare rispetto al fatto che gli apparati degli stati alla fine, si dovranno preparare ad uniformare norme e comportamenti  alle norme sovranazionali proprie degli organismi da loro regolati.

Insomma alla fine Cassese non sembra convinto delle risposte che lui stesso prova a dare appparendo indubbio che le oltre 40.000 organizzazioni sovra e inter statuali, di livello globale, sono destinate a mutare norme e competenze di quelle definite statuali, in un tentativo di uniformizzazione, sottraendo competenze a tutte o quasi le funzioni una volta proprie degli stati, mentre dall’altro lato alcune di queste funzioni  sono già state soppresse dalgi stati stessi perchè troppo costose o giudicate inutili o delegate a soggetti / enti interni  ma di natura privata.

Un esempio ?  : gli eserciti e  la leva obbligatoria,  il monopoliio dell’ istruzione, e  la sanità.

La conclusione, che non si legge nel libro, è che gli stati , i vecchi stati sorti nel XIX secolo e o anche prima, ovvero quelle organizzazioni miste di territorio, popolazione, esercito, lingua, costumi ed educazione, leggi e apparato amministrativi e apparati di governo, uniformi per lingua e territorio e popolazione, i cui apparati godono di una legittimazione , un riconoscimento operante dal basso, o meglio ancora sono regolati  da una costituzione, non saranno mai più quelli che lui stesso, egregiamente per oltre mezzo secolo, ha studiato.  E sopratutto che la globalizzazione e la upper tendence di tutte le organizzazioni amministrative, la multi governance, etc.etc. non saranno capaci di assorbire un ‘esigenza insita nella popolazione di veder rispondere ai meccanismi ( vari ) di legitimacy che ogni organizzazione necessita per “governare”.

Tuttavia se è chiara la fine degli stati come li abbiamo conosciuti ,non è altrettanto chiara la fine della democrazia o l’dea di essa sorta nel dopoguerra.

Mancando un’opinione pubblica mondiale ,un unico territorio, e sopratutto un sistema di legittmazione dal basso verso l’alto di tutte le nuove istituzioni regolatrici , gli oltre 40.000 enti pubblico- privati globali regolatori di interessi , devono operare in assenza totale di “judicial review” di comportamenti. Quindi a fronte di un’organizzazione amministrativa “silente”, di multi livello, stenta ad imporsi la corrispondente – auspicata dai tanti clusters lobbysitici –  nuova democrazia globale. il problema è che la traduzione di questa parola in inglese non esprime lo stesso concetto , o vvero le medesime suasioni nelle altre lingue. “New World Order” è percepito in italiano come qualcosa di sinistro, autoritativo, non intellegibile materialmente. Al contrario il lemma, la versione italiana di “nuova democrazia globale” è più efficace. C’è in questo esempio concentrata interamente la prova dell’ inefficienza di una unica lingua globale per esprimere concetti necessari per ” governare”. un’unica lingiua globale potrà esprimere fenomeni di organizzazione di tipo amministrativi ma non democratici.

Invero il contesto, la pubblica  opinione, i fatti, le idee, le religioni le culture, le reazioni, le razze, le lingue, le miscredenze, e i costumi,  è mutevole quanto il cambio del vento,

In “governare gli italiani” Cassese manifesta lo stato di incertezza delle dinamiche attuali ed evita  giudizi definitivi sulla c.d. “satellizzazione”.

Gli Stati sono stati frutto di lotte e di compromessi storici, ma essi, almeno in Europa appaiono prossimi ad evaporare. La democrazia statuale appare una realtà datata.

La fine delle democrazie europee.

L’analisi del Saggio di Cassese pone una domanda e un dubbio : ma chi è il sovrano oggi ? Fin qui tre sono le cause almeno ad fin qui accertate  della fine della democrazia statuale e o degli stati :  in primis la radicale definitiva perdita di legame tra i grandi investimenti industriali  finanziari  con le realtà nazionali ; lo scollamento tra capitale di infliuenza di istituti bancari  con  bandiere nazionali e  il paese dove esse hanno la sede, e infine il peso oramai senza misura delle speculazioni finanziarie e monetarie di tipo  internazionale , e talvolta  intercontinentali. I tre fattori sopra indicati , insieme alle conseguenze di tipo sociale ed economico  producono rapidamente trasformazioni di sistema. Nell’attuale fase di passaggio, diverse  organizzazioni multinazionali,  e individui proprietari di “assets”,  con interessi in tutto il mondo,  influenzano e regolamentano , pur non esercitando  una vera e propria sovranità, i singoli stati. Per la prima volta nella storia delle organizzazioni dei fenomeni sociali  chiamate ” Stato“, si sta assistendo  al fenomeno del mutamento delle loro condizioni strutturali : la sovranità non è  più  un nucleo inscindibile dal concetto di  popolazione e di territorio. La sovranità  è confusa con il concetto di “influenza ” e con il concetto di “regolamentazione” ovvero cede il passo alla Lobbying. Giorgio Ruffolo in un editoriale pubblicato sul quotidiano la Repubblica il 5.03.2012, osservava che da una parte ( nel quadro dei rapporti Unione europea -. stati membri)  esiste  la libertà (assoluta) di movimento del capitale da paese a paese . Dall’altra parte secondo Ruffolo c’è la schiavitù o meglio la soggezione , degli stati edei cittadini, delle società nel loro insieme,  di pagarne  le conseguenze. O meglio la soggezione di milioni di cittadini,   titolari di un obbligazione statuale, di  vederne fluttuare in basso e o in altro il prezzo per effetto di decisioni prese da un signore comodamente seduto su una poltrona a migliaia di km , che spinge clic e vende il titolo di “stato”.  Con la conseguenza di applicare concetti tecnici propri di un bene economico, “fiducia su i mercati” , “spread”  ad entità che hanno funzioni sociali. Di questo regalo , o meglio di questo sistema , Monti è stato l’autore, o uno degli autori, mediante il meccanismo dello sganciamento dell’obbligo di acquisto da parte della Banca d’italia dei titoli di stato e la introduzione della libertà di collocazione degli stessi  sul mercato libero, nel 1980. Nel quadro del Trattato di Lisbona, persone fisiche con le loro lobbies , e i loro comitati (comitatologia)  , sono in  grado di regolamentare il commercio internazionale, le barriere fiscali, le tasse,  le speculazioni finanziarie, spesse volte incrementando il tecnicismo del sistema come in una spirale senza fine. Un esempio è dato dalla mancata  approvazione a livello europeo della Tobin Tax, la legge che tassa le speculazioni di borsa e dei mercati non regolamentati, per effetto dell’azione delle lobbyes , capaci di influenzare centinaia di parlamentari.   Monti ha completato l’opera  avendo  buon gioco nel far approvare una legge nazionale che di fatto si proporrà come apripista per quella europea, riducendo  al minimo gli effetti della tassazione. Vedi ad esempio http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/4/21/TOBIN-TAX-Il-doppio-autogol-dell-Italia-che-spiana-la-strada-agli-speculatori/385218/). E’ nel quadro del Trattato di Lisbona  che a livello intergovernativo  vengono decise materie come  le ore di lavoro consentite,il diritto di “stabilimento”  il divieto di fare insurrezione e la legalità della repressione, etc.etc. ma anche  la normativa sulla legalità degli OGM, le regole sull’indebitamento dei singoli stati. Così  facendo le lobbies  “legalizzano” gli  utili del loro propietario ( il loro fatturato  talvolta è di gran lunga maggiore di  quello di uno stato. La General Motors ad esempio fattura 178,3 miliardi di dollari , la Polonia 135,7)   senza più bisogno di leggi nazionali, ragioni di stato, costosissimi apparati burocratici e ambasciatoriali. Basti soltanto pensare che il nostro Ministero delle Attività produttive ha ridotto i propri ranghi da 500 a 28 impiegati nel giro di 5 anni. E sopratutto senza più bisogno di ‘un opinione pubblica. Ma il Trattato ha fatto  “slittare” altre competenze  tipiche di uno Stato a quelle dell’Unione Europea.  E al posto di una maggiore semplificazione, il maggiore tecnicismo ha fatto si che il luogo delle regole sia lontano dalla facile comprensione  dell’uomo medio. Inoltre il  raddoppiamento di enti e di organismi  e di funzioni  e l’uso delle lingue straniere ha aumentato il divario tra chi può rendersi edotto di quanto prodotto a livello di atti legali e chi no. Il  passaggio dalla legge alla legalità  e quindi  dalla democrazia alle tecnocrazie è anche determinato per il fatto che la Commissione EU, organo deputato alla funzione legislativa,   propone  atti legali in nome e per conto dell’ Unione Europea a volte proponendo preventivamente studi e ricerche per adottarli che non possono essere alla portata di ogni europeo. Si è accertato che oltre il 40% dei documenti ufficiali  e delle pagine Web della unione europea sono tutt’ora in lingua inlgese e o francese. Talvolta accade, come nel caso del regolamento in materia di esenzioni anti concorrenza per gli accordi di riassicurazione tra imprese  ( c.d. “Ber” che scade il 31 marzo 2017) , che, presuntivamente simulando una procedura aperta, la  Commissione riceva da   quegli stessi consulenti delle grandi assicurazioni , come KpMG  e altri ,   i commenti e gli studi in materia  più consoni, questi  volti però,  a tutelare le ragioni dei propri importanti clienti (a discapito  delle assicurazioni più piccole ad esempio) . E così  legiferando si propongono esenzioni che possono essere di spettanza solo dei grandi players.  Il gap di democrazia  è mostrato  dal fatto che un singolo cittadino, ammettiamo un titolare di un agenzia di assicurazioni  portoghese,  farà fatica a mandare i suoi commenti in materia ( in inglese) di esenzioni anti concorrenza sui contratti di riassicurazione,  rispetto ad uno studio legale strutturato in 5 continenti, pertanto appare assai poco credibile che si legiferi in nome del popolo sovrano.  L’ Unione Europea  rimane un organo simile ad un insieme di governi e non un soggetto rappresentativo di popoli.  Per comprendere meglio il deficit di  democrazia  basti dire questo : con la Ue, ciò che è legale, non è più automaticamente una legge di uno stato, ma una legge europea.  La Legge europea  non ha più il vaglio  della rappresentatività di un popolo, ma la legittimità  tecnicamente più aderente alle esigenze di  mercato, ovvero di chi si possa permettere uno studio di advisor. A chiudere il complicato quadro europeo del panorama degli atti di tipo legale, e quindi delle fonti di diritto,  ci sono una moltitudine di atti di tipo legale  adottati da organismi eterodiretti ed estranei alle popolazioni che influenzano,   come il Consiglio di Europa – http://www.conventions.coe.int/?lg=it,  la Cedu, La EPO  http://www.conventions.coe.int/?lg=it , l’autorità dei brevetti ( denominata organizzazione del brevetto europeo)  gli  organismi sovranazionali di tipo  intergovernativo come la ICC  http://www.cciitalia.org/arbitrato.htm , ovvero la sede arbitrale internazionale, le autorità regolatrici del mercato e del commercio internazionale,  gli enti certificatori di diritti come l’Oami, l’Omc. Tutte autorità che per virtù di un tecnicismo e per virtù della raggiunta competenza, sono forti  di accordi intergovernativi,  e sostituiscono di fatto,  il potere legislativo ed esecutivo del popolo e sono capaci di  influenzare tramite le direttive adottate,  milioni se non miliardi di vite umane. Chi ha voce in capitolo in tale sistema ? Certamente non certo i lettori di un quotidiano nazionale, nè i fruitori di internet. Ma  meglio ,ce l’hanno  i  “rulers” e le loro tecno-strutture. Ovvero individui singoli, singole multinazionali,  “proprietari” di assets, e o i loro lobbyisti , che si incontrano, condividono gli stessi punti di vista, talvolta si influenzano l’un l’altro,  e  sopratutto agiscono , spostano interessi economici,    senza bisogno di avere un parlamento schierato. Il loro parlamento è il mondo e le loro camere dei deputati  sono i Panels, le Commissioni, le autorità internazionali con tutti i loro esperti tecnici ben schierati. Il problema del potere è diventato semmai  il controllo della stampa e della informazione, ovvero un problema di comunicazione. La rivoluzione tecnologica. Un fenomeno inarrestabile direttamente capace di creare entitità basate sulla comunicazione a scapito del potere delle lobby, è la circolazione delle informazioni tramite le nuove tecnologie, la nuova generazione, e l’ utilizzo sempre più privato della fruizione mediatica. Nel mondo senza confini,  i continenti , le singole comunità sono sempre più interconnesse . la conseguenza è che  le masse, ovvero una opinione pubblica, e lo stesso concetto della stessa, non c’è più, non ci saranno più gruppi di  cittadini, intesi come soggetti di diritto membri di nazioni,  nè  compagini elettorali organizzate secondo gli schemi  tradizionali  dei conflitti di classe (lavoratore / datore di lavoro). bensì individui o gruppi di invidui fruitori di informazioni. Detti  singoli individui se de – strutturati nella rete, possono essere riconosciuti in sottogruppi, ed influenzati dai moderni Influencer. L’influencer nella società dei media è oramai un asset per le aziende di comunicazione e anche una risorsa per l’europa. L’influencer è  un esperto di linguaggio , un editor, un informatico spesse volte proveniente dal mondo del copyrighting , della pubblicità, che lavora 8 ore al giorno partecipando ai blog privati dirottando idee e opinioni talvolte vaghe e confuse del singolo avventore con uno schema fisso. Il consumatore, il creditore, l’associato alla onlus, l’iscritto al partito, possono essere tutti  oggetto di informazioni, e  a loro volta posso essere articolati  in mini lobby  e sotto lobbyes . Questo magma porterà al parlamento elettronico in breve tempo e il gap di democrazia e deficit di potere,verrà automaticamente risolto. Una società globale, una società dell’accesso dove la rete e la comunicazione  sorpassano la soggettività  statuale , e la cittadinanza, che perdono velocemente di senso. Sarà semplice in base al controllo dei dati presentare proposte   credibili. il traffico e il controllo di tutti i dati sarà la nuova atlantide della democrazia. chi controllerà e o sarà in grado di difendere il controllo dei propri dati sarà libero. chi no, no. Al posto degli iscritti ai partiti ,  cittadini di nazioni europee, abbiamo individui , sollecitati dai media, informati delle lingue,   suasi dalla comunicazione , di idee aggreganti , di costumi aggreganti ,     che finiscono in un vortice sempre più magmatico, virtuale , iperconnesso, che perde totalmente di riferimento il mondo reale  delle identità statuali , dei passaporti , delle dogane  e  delle abitudini locali. Capitale , produzione stati e cittadini : un problema di democrazia. La fine dalla democrazia statuale ha visto fondere i vecchi stati del dopo guerra nell’Unione Europea con la firma del trattato di Lisbona. IL tentativo di allargare le competenze del parlamento europeo per equilibrare la capacità di influenza delle oligarchie delle lobbyes contro i cittadini è fallito. L’Unione Europea così come concepita è  un ibrido , un mega apparato confederativo di governi, a  metà tra il mega stato mondiale  e il singolo stato,  un tentativo per il quale , alcuni Stati, organizzati secondo la vecchia dinamica di  popolazione, territorio, sovranità, si sono sentiti di proporre un meccanismo   alternativo . La politica principale  era stata individuata, tramite il coordinamento  delle politiche economiche , e  nella necessità che  molte competenze fossero attratte verso l’alto compartimentandole secondo il principio della “sussidierietà” . L’ Europa in cambio avrebbe dovuto fornire delle  libertà verso il basso.  Ma le libertà  stabilite dal  Trattato  in favore delle quali gli stati rinunciano a delle funzioni, come  la libertà di “stabilimento” , la “libertà di movimento” del singolo lavoratore,  la” libertà di prestazione di servizi” hanno fatto  fatica ad affermarsi come tali.presso il popolo europeo. Ma il passaggio dal mini stato al macro stato ha difettato e sta difettando di poteri centrali a livello monetario e finanziario, di equità  degli stati più ricchi verso gli stati  deboli i cui  apparati mantengono  le loro funzioni mentre i ricchi non vogliono rinunciare al vantaggio competitivo creatosi con il coordinamento dell’euro zona e il blocco dell’inflazione, ri -immettendo nel sistema, il surplus ottenuto tramite le speculazioni sul pagamento  dei debiti altrui. IL meccanismo degli Euro Bond è stato sabotato nella sua originaria concezione. Intere comunità statuali si trovano ancora lungamente a disagio  a causa della non piena “effettività” goduta dai cittadini dell’esercizio di queste libertà ampiamente attribute loro dal Trattato Ue. Uno dei limiti   a  tali ” libertà” e un limite per l’identificazione del cittadino nell’agglomerato universale dell’europa come costituzione vivente, sono   le economie di scala. Una delle soluzioni è di dare all’Europa la capacità di esprimere leggi a tuti i cittadini europei, su tutte le materie in modo da  riequilibrare il conflitto. Ad  esempio ? :  il referendum abrogativo delle leggi dell’europa è spurio, e contorto, allora la la  tassazione  delle transazioni finanziarie    appare più efficace e diretta. Al contrario si vuole far passare  e  trasferire giocoforza  su i cittadini ,  nella logica dello stato- bilancio , il peso del pagamento di tasse sempre più alte. Tasse spacciate come necessarie per la sua stessa sopravvivenza ma che rappresentano il deficit di democrazia, e fanno agire i rulers come veri propri e sovrani. Nel frattempo gli stati occupati dai lobbysti dei rulers, non offrono più alcuna garanzia per i servizi,  la scuola, salute, trasporti, infrastrutture, istituzioni, e non potendo più  assorbirne i costi , come negli anni ’90,  grazie ai rimbalzi del mercato , li trasformano in un debito di bilancio. In questo modo la logica dello stato comunità   viene  superata dalla logica  dell’europa come stato azienda,  ovvero uno stato che  ha  debiti e che fallisce come una s.p.a . Uno stato sempre più leggero, senza apparati  oggi fatto ma in realtà una obsoleta  ordalia di parassiti. Una delle riforme sono i meccanismi di controllo come l’ombudsman. Chi controlla l’ombusdman? tutti sanno che chiunque può denunciare un episodio di mala gestione nell’unione europea. Ma nessuno sa che in caso che l’ombusdman  archivi la pratica nessuno può controllarlo. ( crr. http://www.ombudsman.europa.eu/it/home.faces Questa unione europea è ancora lontana dalla gente e il meccanismo di controllo è farraginoso.  Al di là della legge statuale  l’esito della risoluzione del conflitto è affidato alla legge europea, e quella del mercato, ovvero alla legge del più forte.  Chi potrà tutelare i cittadini sempre più senza guarentigie : contro la corsa verso il fondo dei salari,  dell’istruzione, della compressione del dirittto all’accesso ai servizi gratuiti, e al diritto alla salute ? GLi euro parlamentari come sappiano possono fare poco perché in possesso di limitate informazioni e potere di influenza. Deve essere il popolo europeo a poter contrastare con studi e dossieraggi l’agenda segreta in favore delle lobby delle varie COMMISSIONI.  M5s A conferma di quanto sopra da un punto di vista politico il successo del M5s è basato sul riscatto del singolo individuo. Il  riscatto promesso  è innanzitutto  riavvicinare le istituzioni , comprese quelle europee, al concetto di   democrazia, e allontanarlo da quello di oligarchia. Abolire Il divario  immeritato dei cittadini europei. Un sondaggio dell’Istituto Emnid in Germania, rivela infatti che il 26% dell’elettorato sarebbe pronto a votare una formazione politica che si presentasse alle elezioni per la Cancelleria del 22 settembre con un programma anti euro. Una formazione politica del genere e’ nel frattempo sul punto di nascere, poiche’ a meta’ aprile verra’ costituita a Berlino “Alternative fuer Deutschland” (AfD), tra i cui membri fondatori figurano esponenti del mondo universitario, dei media e dell’economia. L’Europa delle vecchie democrazie partitiche con i loro difetti e i loro pregi, l’europa dei partiti delle banche ,  dentro e oltre le loro fievoli ragioni storiche e filosofiche e  religiose, ed economiche è arrivata alla fine. LA NUOVA EUROPA Dove  porterà questo cambiamento ? Verso una voluta e mirata disgregazione? , verso un ‘agenda di tagli agli sprechi  che conserverà  una  mera logica aziendale ?,  che metterà definitivamente  in crisi non soltanto le basi della democrazia statuale e sociale, ma anche l’esistenza dello Stato stesso, ponendoci soli davanti ad un futuro oscuro ? La speranza invece è che ottenuto il cambio dei vertici europei , le istituzioni europee diventino un luogo per una politica in comune di tutti i cittadini europei finalmente protagonisti. Protezione dei dati personali, immigrazione ius soli, sanità pubblica europea, tobin tax, punitive damages,e altri diritti sociali,  che vanno allargati a tutti. Il conflitto tra Capitalismo e Democrazia è destinato   a risolversi con diversi equilibri ,  il superamento degli attuali equilibri economici,   porterà ad un nuovo assetto  più convincente. Tertium non datur.  einaudi a sua insaputa  La democrazia in Europa è   stata una conquista storica. Il passaggio dalla democrazia  alla tecnocrazia significa un sistema, dove la voce forte la fa chi detiene il meccanismo di conocenza delle leve giuridiche sempre più complesse, emiliano v. avvocato   1]See. http://www.pbs.org/empires/thegreeks/background/48.html   A year after their defeat of Athens in 404 BC, the Spartans allowed the Athenians to replace the government of the Thirty Tyrants with a new democracy. The tyranny had been a terrible and bloody failure, and even the Spartans acknowledged that a moderate form of democracy would be preferable. As a system of government, democracy quickly spread to a number of other leading city-states, despite the authoritarian grip of Sparta on the Greek world. However, Sparta’s dominance was not to last. Overextended and unable to adjust to new battle techniques, in 371 BC Spartan hoplites suffered their first major defeat in 200 years at the hands of the Theban general Epaminodas. Only a decade later Sparta had been reduced to a shadow of its former self. But Thebes’ dominance of Greece would be short-lived. A new power had begun to assert its leadership over the country: Macedonia. Once a backwater, the Macedonian king Philip II had turned his country into a military powerhouse. Philip’s decisive victory came in 338 BC, when he defeated a combined force from Athens and Thebes. A year later Philip formed the League of Corinth which established him as the ruler, or hegemon, of a federal Greece. Democracy in Athens had finally come to an end. The destiny of Greece would thereafter become inseparable with the empire of Philip’s son: Alexander the Great. See also  https://www.princeton.edu/~achaney/tmve/wiki100k/docs/Athenian_democracy.html Athenian democracy developed in the Greek city-state of Athens, comprising the central city-state of Athens and the surrounding territory of Attica, around 508 BC. Athens was one of the first known democracies. Other Greek cities set up democracies, and even though most followed an Athenian model, none were as powerful, stable, or as well-documented as that of Athens. It remains a unique and intriguing experiment in direct democracy where the people do not elect representatives to vote on their behalf but vote on legislation and executive bills in their own right. Participation was by no means open, but the in-group of participants was constituted with no reference to economic class and they participated on a scale that was truly phenomenal. The public opinion of voters was remarkably influenced by the political satire performed by the comic poets at the theatres.[1] [2][2]See also TRANSNATIONAL LEGAL APPROACHES TO ADMINISTRATIVE LAW: CONCEPTUALIZING PUBLIC CONTRACTS IN GLOBALIZATION in  Rivista Trimestrale di Diritto Pubblico, fasc.1, 2014, pag. 1 Stephan W. Schill [3](Montdidier August 12, 1737 – December 13, 1813)  Augustine Parmentier  a French nutrionist  influencer,  who first commercialized  potatoes in French during  the XVIII centuries together   with their  optimistically benefits.   His many other contributions to nutrition and health included establishing the first mandatory smallpox vaccination campaign (under Napoleon beginning in 1805, when he was Inspector-General of the Health Service) and pioneering the extraction of sugar from sugar beets. Parmentier also founded a school of breadmaking, and studied methods of conserving food, including refrigeration. [4]  (3) J-B. Auby, La bataille de San Romano. Réflexions sur les évolutions récentes du droit administratif, in AJDA, 2001, p. 922 ss.   Per  Jean-Bernard Auby,   I fattori causali di tale destrutturazione, secondo il giurista francese, sono connessi a tre logiche nuove, affermatesi a partire dagli anni settanta dello scorso secolo: «un mouvement de globalisation du monde, un mouvement de désétatisation de la société, et un mouvement de décentralisation du pouvoir»; il diritto amministrativo, come diritto del «volto amministrativo» del potere, ne ha sentito il peso, prestandosi alla raffigurazione come oggetto di una sorta di assedio che va guardato secondo piani prospettici distinti, vale a dire non solo dall’alto e dal basso, ma anche lateralmente. In particolare, innanzitutto l’impatto della globalizzazione ha comportato un movimento di internazionalizzazione del diritto amministrativo, in forza del quale da un lato «on a assisté dans les dernières décennies à une intrusion massive de normes et standards externes dans notre droit administratif», dall’altro lato si è formata una pressione sul sistema nel senso della omogeneizzazione dei concetti e delle soluzioni, che hanno complessivamente prodotto l’effetto di «une perméabilisation du système» stesso. In secondo luogo, il «double mouvement de réduction de l’espace de l’Etat au profit de celui du marché, et de réduction de l’espace de l’Etat au profit des citoyens» ha combinatamente prodotto sul diritto amministrativo effetti di privatizzazioni e deregolazioni, di incremento della «democrazia amministrativa» e «inflazione» del contenzioso con l’amministrazione, ove la trasformazione ha operato nel senso di «rendre plus “satisfactoires” les décisions» del giudice amministrativo. In terzo luogo, il movimento di contestazione della centralizzazione del potere si è sdoppiato in una duplice direzione, l’una di «démultiplication de l’appareil d’Etat», di cui la creazione di autorità amministrative indipendenti è la manifestazione più evidente, l’altra di «décentralisation territoriale», la quale ultima ha comportato che si è venuto a formare un diritto amministrativo locale che si è separato dal diritto amministrativo statale, dando altresì corpo ad «une étonnante efflorescence contractuelle». In Massera  IL CONTRIBUTO ORIGINALE DELLA DOTTRINA ITALIANA AL DIRITTO AMMINISTRATIVO (*) Dir. amm., fasc.4, 2010, pag. 761 ALBERTO MASSERA . [5]See” LA CONTRIBUTION DU DROIT À LA DÉTERMINATION DE L’IDENTITÉ DE L’UNION EUROPÉENNE (*) Dir. Un. Eur., fasc.3, 2011, pag. 585 Prof. Paolo Mengozzi  who says “Les règles d’une telle entité, dans leur champ d’application, limitent l’exercice des compétences et l’efficacité des organes législatifs et judiciaires étatiques et engagent ces derniers à coopérer avec la Cour de Justice pour assurer aux personnes physiques et morales le respect des droits qui leurs sont conférés par le droit de l’Union. Ce changement de la société politique où nous vivons et, par conséquent, de son identité, s’est réalisé puisque l’intégration européenne a été et continue à être considérée comme étant apte à faire face à la globalisation….La conséquence qui a découlée pour l’affirmation de l’identité de l’Union européenne est que cette dernière se caractérise amplement par la poursuite de finalités, non uniquement de prévention des risques que la globalisation peut comporter, mais aussi de maintien d’une fonction sociale au marché, en subordonnant les phénomènes qui peuvent se déterminer dans ce dernier à la sauvegarde de la dignité des personnes qui, ce n’est pas par hasard, est considérée être la pierre angulaire de l’ordre juridique de l’Union tout entier (32) . IX. Doit-on estimer, comme je me le suis demandé dans me propos introductifs, que l’identité acquise par l’Union au fil du temps a été ternie suite à l’insuffisante efficacité que la politique étrangère et de sécurité commune a montré face aux récents évènements ayant affecté les pays d’Afrique du Nord et à la faible attention que les institutions et les Etats membres de l’Union ont montrée à l’égard des exodes massifs qui s’en sont suivi, vers quelques Etats membres de la Méditerranée? L’impression qui a pu en être tirée à cet égard n’a certainement pas été positive. On ne peut toutefois pas négliger le fait qu’avant les évènements actuels l’Union a pris soin de prévoir sa propre action en matière d’immigration.”