LA RIFORMA COSTITUZIONALE BOSCHI -VERDINI e l’INNO DI MAMELI.

 

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ANSIA DA RIFORMA

Il 4 dicembre si vota per la modifica della Costituzione. Ma un’ansia profonda si cela dietro questo nuovo progetto di riforma della Costituzione, una sensazione di irrequietudine, che affiora e fatica ad essere rimossa.

In quali condizioni arriva l’Italia a questo importante appuntamento ?

Chi sono questi italiani che si accingono a modificare la Carta Costituzionale ? Chi sono diventati ? Quali sono le motivazioni della riforma  ? Chi promuove questo cambiamento ? E’ vero o no, che potrebbe essere un grave rischio per l’economia nazionale la mancata eventuale approvazione della riforma Boschi – Verdini ?

Siamo del tutto sicuri che il governo così come concepito al netto dell’approvazione della riforma rappresenterebbe gli interessi di quegli italiani i cui avi lottarono per un italia libera, unita e democratica ?

O forse non suona del tutto estraneo alla costituzione materiale del paese questa storia degli eletti dei segretari di partito nelle liste bloccate ?

L’attuale sistema Costituzionale Parlamentare bicamerale su base partitica, il potere esecutivo diviso con le  regioni per mezzo della riforma del 2001 del titolo V, la residua ampia influenza del voto proporzionale nelle elezioni locali, vengono dichiarati  pronti per la rottamazione.

Ma ha un senso questa ansia di novità ?

Dalle macerie del Regno di Italia, creato per volontà di Dio e del Re, sorgeva la Repubblica Italiana. Adesso si chiede la presa di atto do un mutamento di quegli equilibri sociali ed economici, i quali diedero vita alla carta del 1948, un mutamento dovuto più ad un’allargamento delle sfere di competenze dei partiti e ad una perdita di democrazia interna che ad una reale metamorfosi dell’azione politica.

Ma uno Stato non è soltanto la costituzione formale ma anche quella materiale.

LA COSTITUZIONE MATERIALE

La riforma Costituzionale imposta con il referendum di modifica dell’aprile 2016, parte da un concetto giuspositivista formale dello Stato e dell’istituzione Governo che viene posto al di sopra di tutto, e la giustapposizione della legge formale  quale unico baluardo dello stesso, misintepretando il senso della costituzione materiale, con quello del valore formale delle fonte di leggi.

Se si vogliono cercare dei valori della cultura occidentale uno è proprio l’approccio definito funzionalista o sociologico, o meglio essenziale dei rapporti costituzionali di un paese, quelli che fanno di un territorio un popolo e una bandiera e un inno, appunto una nazione.
Nel lessico dei costituzionalisti italiani della seconda metà del 20° sec., acquisì grande fortuna a partire dalla teorizzazione che ne fece C. Mortati nel volume La Costituzione in senso materiale (1940).

A differenza di molti costituzionalisti, infatti, compresi quelli apparsi di recente in televisione a sostegno della riforma Verdini – Boschi, Mortati non riteneva che il diritto potesse esaurirsi nel complesso delle norme vigenti e tutte subordinate a una costituzione formalmente posta o definita come tale, né concordava con S. Romano, secondo cui ogni ordinamento si componeva anche e necessariamente dell’istituzione quale primigenio dato organizzativo. Prima e al di sopra della costituzione formale, occorreva riconoscere la presenza di una «costituzione originaria» composta di due elementi: uno scopo tanto comprensivo da «apprezzare in modo unitario i vari interessi che si raccolgono intorno allo Stato», e il partito politico ( o il gruppo dei partiti) quale strumento per realizzarlo.

La costituzione «originaria» o «materiale» non era per lui il presupposto o il sostrato di quella formale, e non era meno giuridica di essa. Era anzi giuridica per eccellenza, perché da essa si ricavava il criterio per imprimere giuridicità «a tutto il sistema degli atti successivi, attraverso i quali si svolge»: contrapporre una «costituzione vera», basata sui rapporti di forza, a una «costituzione giuridica» significava porle su piani incomunicabili, e privare di fondamento la seconda.

Ritengo essere una speranza un valore di comune la condivisione dell’occidente del valore della costituzione materiale.

Proprio in quanto giuridica la costituzione originaria poteva trasferire sé stessa nella costituzione formale, che a sua volta avrebbe stabilizzato e garantito l’equilibrio dei rapporti di forza e i fini politici componenti la costituzione materiale, pur senza assorbire interamente e definitivamente la «ideologia sostenuta dalle forze politiche dominanti», che poteva sempre indirizzare lo svolgimento della costituzione positiva verso forme anche diverse dalla revisione del testo scritto.

Per Mortati fra costituzione formale e costituzione materiale doveva dunque esservi tendenziale compenetrazione, e non solo perché, una volta che le si fossero contrapposte, le due nozioni perdevano ogni capacità euristica.

Combinando le funzioni ascritte a ciascuna rispettivamente, imprimere finalità fondamentali e costitutive alle supreme istituzioni statuali, e stabilizzarne e garantirne il perseguimento fin dove possibile, si poteva prospettare in senso diacronico la nozione di costituzione e spiegarne, oltre alla nascita, la pretesa di durare nel tempo.

Al contrario proprio quello che si cerca di fare oggi,  come su un tavolo operatorio di un pazzo chirurgo, è rassemblare un Frankstein, ovverossia modificare la costituzione formale in modo irreversibile senza speranza di giustificarne la durata nel tempo, offrendone i valori intepretativi.

La riforma reintrodurrebbe quella imposta a modo di “rapina” dalla politica degli anni 2000 : il c.d porcellum che è stato  a più riprese dichiarato non Costituzionale.

Ovverossia la esclusiva possibilità di voto per i cittadini di una lista bloccata di candidati su nomina di un segretario di partito, ovvero del veto su tutti i candidati parlamentari che così rimangono avulsi dalla base elettorale e quindi dal popolo, o meglio dal territorio; eliminerebbe altresì il potere di veto delle regioni, limitandone le competenze in radicale mutamento di rotta rispetto alla riforma del titolo V del 2001, che istituì in parte il federalismo, oltre poi concludendo con il dare vitto e alloggio e titolo di senatore agli stessi presidenti di regione e/o quelli ivi eletti per pascolare al senato, ridotto così ad un anti – bagno del governo.

Nel frattempo il paese non sembra trovare una risposta alle domande che sono a latere della crisi che ha segnato l’inizio di questo processo di riforma costituizonale.

Fuggitivi di ogni dove, di diverse cause, arrivano sempre più in massa e si mischia il sangue senza aggiungere identità, memoria. Un paese alla mercè del venuto, incapace di dare e fare, un paese senza un credo un motto uno scopo. Un tale paese e forse come l’occidente stesso così assemblato non ha un futuro.

LA GERMANIA E LE REGIONI TEDESCHE.

C’è chi dice che la riforma sia necessaria perchè il potere delle regioni è dannoso per l’economia e che la riforma  sia necessaria perchè lo Stato ha troppi problemi da mancato accentramento.

In Germania al contrario non si sente nessuna esigenza di diminuire il potere dei 16 stati federali che la compongono  e rimane pur sempre la 4° economia del mondo

I c.d. LANDER. sono regolati da una legge di cornice (Art. 75 GG). con la quale la Federazione approva i principi essenziali della materia, appunto  in una legge di cornice, e i Länder adottano proprie leggi, nel quadro di tali principi. Si tratta, per esempio, dei settori del pubblico impiego, dei principi generali in materia di istruzione superiore e dell’anagrafe. I presupposti e i limiti per l’esercizio di tale competenza sono gli stessi che vigono per la competenza concorrente. La competenza residuale dei Länder prevede che in tutte le altre materie la competenza legislativa spetta in via esclusiva ai Länder. Tra le competenze più significative si ricordano il sistema scolastico, la polizia e l’ordine pubblico, l’ordinamento dei comuni, l’organizzazione e amministrazione della giustizia di primo e secondo grado, la cultura. Tuttavia, per il carattere fortemente cooperativo e unitario del sistema federale tedesco, le leggi dei Länder in settori di loro competenza sono molto simili tra loro, e il grado di differenziazione concreta tra i territori risulta assai minore di quanto potrebbe essere ai sensi della Costituzione. I compiti comuni (Art. 91 GG). Questa categoria è stata introdotta successivamente, durante la groβe Koalition del 1969, e rappresenta il punto più alto della parabola centralizzatrice del sistema tedesco. Alcune importanti competenze dei Länder come l’economia regionale, l’edilizia, l’istruzione superiore, l’agricoltura, vengono sostanzialmente trasferite alla competenza legislativa federale con il consenso dei Länder interessati, in cambio di partecipazione economica della Federazione che si accolla la metà delle spese. Si è parlato in proposito di una sorta di «dettatura dei compiti» da parte della Federazione tramite l’offerta di finanziamenti federali per progetti dei Länder. Le competenze non scritte. Vi sono alcuni settori per i quali la competenza non è espressamente menzionata, ma che rientrano nella sfera della Federazione in quanto annessi ad altri. È il caso per esempio delle università e delle forze armate, o la disciplina della capitale federale e l’inno federale

ITALIETTA

Seppure la Costituzione formale tedesca, che da sempre è risultato essere lo stato che, unitosi nel medesimo periodo 1870, per caratteristiche regionali, porta le similitudini maggiori con quello italiano, si chiede di modificare la Costituzione formale per eliminare in modo definitivo il rapporto tra partito – voto- e rappresentanza in parlamento, tra stato e regioni, il bicameralismo, e così tutto insieme la tendenziale compenetrazione, tra le due costituzioni, quella materiale di allora e con quella formale di oggi, e le funzioni ascritte a ciascuna rispettivamente, quali quella di non permettere di imprimere finalità fondamentali e costitutive alle supreme istituzioni statuali con lo strumento dei partiti su base democratica con il voto proporzionale.

Si chiede dunque di creare una nuova Costituzione, studiata a tavolino ( da un solo professorone a quanto se ne sa, ex Guf)  che dia via ad una forma di governo espresso da un solo parlamento, con la raccolta del consenso effettuata non più quale partecipazione, ma su base mediatica, con la nomina di liste di eletti per volontà di un  segretario di partito. I partiti quelli che rimarrano, emergeranno non dalla matematica delle esperienze sociali, bensì  due o al massimo tre, esclusivamente tra quelli capaci di investire in comunicazione.

Nessuna valvola di sfogo, nè di garantire la legislazione dal basso. E’ previsto invece l’aumento delle firme per le leggi popolari, e il perseguimento fin dove possibile –, in senso diacronico, della nozione di costituzione materiale, ma anche quella di non poterne più spiegare, oltre la nascita,  la pretesa di durare nel tempo.

Un nuovo stato autocratico dunque, accentratore, e garantito da un blocco di maggioranza di una sola camera raggiunta con un ampio premio di voto e un semplice click su facebook,  una nuova costituzione.

E perchè allora, non un nuovo inno o una nuova bandiera ( ah già…. abbiamo quella europea ) ?

Comunque vada il risultato, il referendum segna per l’italia come nazione il definitivo smarrimento. Quali forze esterne affermatesi negli ultimi 150 anni hanno e o fanno pressione ?  In che anno si sono sviliti e svuotati i popoli di italia , dove sono finiti i  moti patriottici dell’800, quel grande fermento, che  spinse un popolo diviso a scegliersi un inno, darsi una forma di stato e di governo, fondendo in uno l’amore per la patria con quello della propria identità ?.

La riforma BOSCHI VERDINI lascerà profonde ferite comunque.

MAMELI

Forse non tutti sanno che anche l’inno d’Italia, al contrario della Costituzione tedesca, che include l’inno, non è presente nella nostra costituzione.

Eppure insieme alla nazionale di calcio è uno dei rimanenti simboli, lobbies anti stati permettendo, dello stato italiano.

Composto da GOFFREDO MAMELI a casa di un amico, con profonda intuizione, proprio a Genova, quando il grande patriota aveva l’età di venti anni,  ovvero nel 1847.

Ve li immaginate i bamboccioni di oggi, passare da Fedez a Mameli ? L’inno dicevamo, fu scritto per contribuire alla commemorazione della cacciata degli occupanti austriaci nel quartiere  genovese di Portorai.

Ebbene gli italiani non sanno che esso non fu  inserito nella COSTITUZIONE, quindi la Boschi potrebbe pernsarne ad uno nuovo chessò “meno male che silvio ( e giorgio) c’è…“?.( Testo e musica di A. Vantini).]

Prima dell’inno di Italia, l’inno era  “La canzone del Piave” la quale ebbe la funzione di inno nazionale della Repubblica Italiana fino al Consiglio dei Ministri del 12 ottobre 1946, quando Cipriano Facchinetti (di credo politico repubblicano), comunicò ufficialmente che, durante il giuramento delle Forze Armate del 4 novembre, quale inno provvisorio, si sarebbe adottato il Canto degli Italiani. il comunicato stampa recitava che :

« […] Su proposta del Ministro della Guerra si è stabilito che il giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui il 4 novembre p.v. e che, provvisoriamente, si adotti come inno nazionale l’inno di Mameli […] »

Facchinetti dichiarò, altresì, che si sarebbe proposto uno schema di decreto che avrebbe confermato il Canto degli Italiani inno nazionale provvisorio della neonata Repubblica, intenzione che, però, non ebbe seguito Facchinetti propose poi di ufficializzare il Canto degli Italiani nella Costituzione, in preparazione proprio in quel momento, ma senza esito.

La Costituzione, entrata in vigore nel 1948, sancì infatti, nell’articolo 12, l’uso del Tricolore come bandiera nazionale, ma non stabilì quale sarebbe stato l’inno, e nemmeno il simbolo della Repubblica, che fu poi adottato con decreto legislativo datato 5 maggio 1948.

Da quel dì l’inno rimase provvisorio. Eppure è un simbolo, più delle liste di nominati dei partiti per fare il parlamento, più di Renzi, più della EATALY, è un simbolo di quella Costituzione materiale, la linfa del paese. Tutta la storia dell’inno dimostra che lo stesso si impose autonomamente come inno di italia. Eppure la concorrenza era forte. Brani musicali di maggiore stampo militare come “La canzone del Piave”, “la Canzone del Grappa” o “La campana di San Giusto”. Tuttavia la canzone degli italiani diventava sempre piu popolare. Poco dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, il 25 luglio 1915, Arturo Toscanini eseguì il Canto degli Italiani durante una manifestazione interventista

Nel 1916 il poeta e regista Nino Oxilia diresse il film muto L’Italia s’è desta!, il cui titolo riprende la seconda strofa del Canto degli Italiani. La proiezione della pellicola cinematografica veniva accompagnata da una orchestra con coro che eseguiva gli inni patriottici classici più famosi del tempo: l’Inno di Garibaldi, il Canto degli Italiani, il coro del Mosè in Egitto di Gioachino Rossini e i cori del Nabucco e dei I Lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verd Infatti  l’approvazione definitiva della Costituzione, avvenuta il 22 dicembre 1947 ad opera dell’Assemblea Costituente, fu salutata dal pubblico che assisteva alla seduta dalle tribune (e in seguito anche dai padri costituenti), con una spontanea esecuzione del Canto degli Italiani.

Un disegno di legge costituzionale preparato nell’immediato dopoguerra il cui obiettivo finale era l’inserimento, nell’articolo 12, del comma “L’inno della Repubblica è Fratelli d’Italia” non ebbe seguito, come pure l’ipotesi di un decreto presidenziale che emanasse un’apposita disciplinare. L’inno non ne aveva e non ne ha bisogno. Perchè allora, per questa riforma, tanta propaganda?

In alcuni eventi istituzionali organizzati all’estero poco dopo la proclamazione della Repubblica, a causa della mancata ufficializzazione del Canto degli Italiani, i corpi musicali delle nazioni ospitanti suonarono per errore, tra l’imbarazzo delle autorità italiane, la Marcia Reale[77]. In un’occasione, in uno Stato africano, la banda nazionale del Paese ospitante eseguì invece, in luogo dell’inno nazionale italiano, ‘O sole mio.

FUTURO

Sarà cosi’ anche per questa riforma Boschi Verdini. Ma al contrario. Dopo la sua approvazione, per decenni ci saranno senatori che proveranno a schiacciare il bottone pensando ancora di poter decidere qualcosa, consigli regionali che proveranno a votare no allo spostamento di un sito di rifiuti nucleari o al trivellamento per scopi di utili e profitti di società estere, pensando ancora di potersi ribellare. Mentre come visto in Germania, quando il governo ordina qualcosa da fare nelle regioni,  è previsto una proposta di progetto economico da parte del governo federale che fornisce in parte una giustificazione con un accollo ulteriore di metà delle spese, sotoposto comunque ad approvazione.

Dicevamo nella nuova italia della Boschi, per un effetto contrario a quanto accadde all’inno di mameli, ci saranno parlamentari ancora convinti che senza la tv potranno farsi una base elettorale garantendo un rapporto diretto con i propri elettori.

Alla Corte Costituzionale crederanno di poter decidere la incostutizionalità di una legge, ma non troveranno più la Costituzione su cui poter decidere, mentre ci sarà chi proverà ad istituire il circolo della bocciofila costituzionale. E il Presidente della Repubblica potrà farsi lunghissimi sonnellini in attesa della futura riforma che prevederà, a questo punto, un nuovo cancelleriato.

SI serviranno in tavola gli spaghetti costituzionali, la costituzione diventerà un piatto tipico come il caciucco o l’amatriciana.  Ma in realtà gli italiani in questi anni di melassa televisiva hanno già affossato loro medesimi la Costituzione del 48. Lo stesso dicasi   dello slancio iniziale della metà dell’ottocento.

Forse quando la crisi economica  sarà giunta al suo apice, probabile ancora un decennio, il ciclo dei corsi e dei ricorsi storici, il costante conflitto tra libertà e assolutismo tra lavoro e capitale, determinerà un vero sommovimento di energie.

I nuovi venuti potrebbero reclamare più diritti e ciò potrebbe contribuire a dare un senso nuovo e portare, per evitare una rivoluzione, i politici e gli italiani a fare una vera riforma costituzionale formale.

Se si vuole ripartire occorre farlo da una delle ultime sentenze della  Corte Costituzionale, che sempre più assurge oramai  a mito fondante e atto di risorgimento della repubblica o della costituzione materiale quale  atto euristico tout court, ovvero la SENTENZA n.1/2014  ( https://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Calderoli ) .

Siamo sicuri che questo arzigogolo, questo diabolico meccanismo di voto di un solo partito al potere  garantirà l’identità degli italiani.?

COSE SEMPLICI.

Citiamo  in ultimo, a mo’ di esempio per dire che a volte le idee ( o le riforme felici ) vengono da un gesto semplice, tornando al Canto degli Italiani, ricordiamo la naturalezza con cui, senza essere adottato in una legge, si impose come canzone ed inno.

Il brano fu musicato da Michele Novaro (dopo aver scartato l’idea di adattarlo a musiche già esistenti). Come ? Accadde che il 10 novembre 1847 Goffredo Mameli inviò il testo dell’inno a Torino per farlo musicare appunto al maestro genovese Michele Novaro, che in quel momento si trovava nella casa del patriota Lorenzo Valerio. Novaro ne fu subito conquistato e, il 24 novembre 1847, decise di musicarlo. Così Anton Giulio Barrili, patriota e poeta, ricordò nell’aprile 1875, durante una commemorazione di Mameli, le parole di Novaro sulla nascita della musica del Canto degli Italiani:

« […] Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all’inno, mettendo giù frasi melodiche, l’un sull’altra, ma lungi le mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c’era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l’originale dell’inno Fratelli d’Italia […] »
(

Le strofe recitano come è noto così  :

Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popoli, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò. Stringiamoci a coorte,
siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte,  l’Italia chiamò, sì! 

Uniamoci, uniamoci, l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del Signore. Giuriamo far libero il suolo natio: uniti, per Dio,chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò, sì! 


Dall’Alpe a Sicilia,Dovunque è Legnano; Ogn’uom di Ferruccio Ha il core e la mano;

I bimbi d’Italia Si chiaman Balilla; Il suon d’ogni squilla I Vespri suonò. Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte.Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò, sì!

Son giunchi che piegano Le spade vendute;Già l’Aquila d’Austria Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia E il sangue Polacco Bevé col Cosacco,Ma il cor le bruciò.
Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte,  l’Italia chiamò, s
ì!”

Stringiamoci a Coorte Italiani  : l’ora il 4 dicembre, s’ è desta.

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