Le dieci leggi più brutte dello Stato Italiano


Le dieci leggi più brutte dello Stato Italiano.

Pubblichiamo un elenco significativo ma non esaustivo dei peggiori provvedimenti aventi valore o forza di legge e o delle leggi che il parlamento italiano ha adottato in spregio al buon senso , all’umana natura, alle libere condizioni di mercatura, alla libertà democratica. Principi e valori innati nel popolo Italiano, nato libero e sempre emule della sua civica virtù , e storicamente severo censore di ogni istanza liberticida.

1) La legge n. 2 del 2 gennaio 1997e ss.modifiche ,intitolata “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici” reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti.

Il provvedimento prevede la possibilità per i contribuenti, al momento della dichiarazione dei redditi, di destinare il 4 per mille dell’imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici (pur senza poter indicare a quale partito), per un totale massimo di 56.810.000 euro, da erogarsi ai partiti entro il 31 gennaio di ogni anno. Per il solo anno 1997 viene introdotta una norma transitoria che fissa un fondo di 82.633.000 euro per l’anno in corso.Sempre la legge 2/1997 introduce l’obbligo per i partiti di redigere un bilancio per competenza, comprendente stato patrimoniale e conto economico, il cui controllo è affidato alla Presidenza della Camera. La Corte dei Conti può controllare solo il rendiconto delle spese elettorali.L’adesione alla contribuzione volontaria per destinare il 4 per mille ai partiti resta minima.

La legge n. 157 del 3 giugno 1999, Nuove norme in materia di rimborso delle spese elettorali e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici, reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per 193.713.000 euro in caso di legislatura politica completa (l’erogazione viene interrotta in caso di fine anticipata della legislatura). La legge entra in vigore con le elezioni politiche italiane del 2001.

La normativa viene modificata dalla legge n. 156 del 26 luglio 2002, “Disposizioni in materia di rimborsi elettorali”, che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all’1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa più che raddoppia, passando da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro.

Infine, con la legge n. 51 del 23 febbraio 2006: l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Con quest’ultima modifica l’aumento è esponenziale. Con la crisi politica italiana del 2008, i partiti iniziano a percepire il doppio dei fondi, giacché ricevono contemporaneamente le quote annuali relative alla XV Legislatura della Repubblica Italiana e alla XVI Legislatura della Repubblica Italiana.

( N.b. il Parlamento il 6 luglio con la LEGGE 6 luglio 2012, n. 96 (passata con 187 si’, 17 no e 22 astenuti. Votazione : A favore Pd, Pdl, Api e Udc; contro Idv e Antonio Del Pennino (Pri), la Lega astenuta. La legge ha approvato una parziale riforma del finanziamento i cui contenuti sono qui riassumibili :
RIMBORSI DIMEZZATI. Taglio del 50% dei rimborsi ai partiti. Dai 182 attuali si passa a 91 milioni.Il 70% di questi saranno erogazioni ricevute direttamente dallo Stato (63 milioni 700 mila euro); il 30% (27 milioni 300 mila) sarà di cofinanziamento.Il che significa che partiti soni pronti a ricevere 50 centesimi per ogni euro avuto da persone fisiche o enti. E ogni contributo non potrà superare i 10 mila euro.165 MILIONI AI TERREMOTATI. I 165 milioni di euro risparmiati nel 2012 e nel 2013 dal taglio del finanziamento verranno destinati alle popolazioni colpite (dal 2009 in poi) da terremoti e calamità naturali.DETRAZIONI FISCALI. Un privato che voglia finanziare il partito del cuore potrà avere una detrazione fiscale del 24% per il 2013 e del 26% dal 2014. Stessa detrazione si avrà per chi sceglie le Onlus. Perché i donatori abbiano diritto alla detrazione basterà che il partito abbia presentato una lista.QUOTE ROSA. Se più di due terzi dei candidati di un partito sono dello stesso ‘genere’ la forza politica si vedrà decurtata del 5% la quota di rimborso che le spetta.

COMMISSIONE PER LA TRASPARENZA. Ci sarà un task force di cinque magistrati: tre della Corte dei conti, uno del Consiglio di Stato e uno della Corte di Cassazione a vigilare sui bilanci dei partiti. Avrà sede presso la Camera e comminerà sanzioni.

SU BILANCI VIGILERANNO SOCIETÀ DI REVISIONE. Società di revisione iscritte nell’albo Consob verificheranno i conti e i bilanci finali dei partiti. Stileranno una relazione che poi dovrà essere trasmessa alla Commissione di controllo. da vedere le norme sugli obblighi dei revisori e o delle società di revisione. Decreto Legislativo 27 gennaio 2010, n. 39 Attuazione della direttiva 2006/43/CE, relativa alle revisioni legali dei conti annuali e dei conti consolidati, che modifica le direttive 78/660/CEE e 83/349/CEE, e che abroga la direttiva 84/253/CEE

TESORIERI ‘TRASPARENTI’. Per tutti i tesorieri, anche non eletti, scatterà l’obbligo di pubblicare redditi e patrimonio anche di moglie (se c’è comunione dei beni) e figli a carico. I tesorieri che ‘sbagliano’ non potranno più sottoscrivere i bilanci del partito per almeno cinque anni.

ALMENO IL 2% O UN ELETTO. I partiti, per avere i finanziamenti, dovranno ottenere il 2% alla Camera o avere almeno un eletto. Dovranno dotarsi di uno Statuto democratico e dovranno farne esplicita richiesta dopo le elezioni.

TETTI DI SPESA. Sono previsti per elezioni politiche, europee e amministrative. I Comuni si divideranno in tre fasce.
La prima da 15 mila a 100 mila abitanti; la seconda da 100 mila a 500 mila; la terza da 500 mila in su. Se si tratta di candidati sindaci: per la prima fascia potranno spendere 25 mila euro, più un euro per ogni iscritto nelle liste elettorali. Nella secondo, 125 mila euro più un euro per ogni scritto. Per la terza, 250 mila euro più 0,90 centesimi per ogni iscritto. Tetti ridotti per i consiglieri.

SI INVESTE SOLO IN TITOLI DI STATO UE. I partiti potranno investire esclusivamente in titoli di Stato europei.

NO CASE IN AFFITTO DA ELETTI. Partiti e movimenti non potranno più prendere in affitto o acquistare a titolo oneroso immobili da persone elette in parlamento, in Europa e nei Consigli regionali.

SANZIONI. La ‘pena’ massima è il taglio del rimborso. Ma ci sono anche altre sanzioni che vanno dalla decurtazione dei due terzi di rimborsi e contributi a seconda della gravità della violazione.

2) la legge n°45 2001 , legge per ridurre i pentiti i mafia.
Giovanni Falcone ed Antonino Scopelliti furono tra i primi magistrati a intuire l’importanza del fenomeno dei collaboratori di giustizia. Ed a loro si devono numerosi provvedimenti volti ad incoraggiare l’utilizzo dei cosiddetti “pentiti” per la risoluzione di importanti e delicate indagini nonché per la formazione della cosiddetta “prova orale” nel processo. Nel febbraio 2001 viene approvata in Italia a larga maggioranza la nuova legge sui pentiti (Legge 13 febbraio 2001, n. 45) [2]. Si tratta di un testo che va a riformare l’originaria disciplina risalente al 1991.
Fermo restando le riduzioni di pena e l’assegno di mantenimento concesso dallo Stato, le modifiche approvate sono sostanziali, tra queste:il pentito ha un tempo massimo di sei mesi di tempo per dire tutto quello che sa, il tempo inizia a decorrere dal momento in cui il pentito dichiara la sua disponibilità a collaborare;
il pentito non accede immediatamente ai benefici di legge ma vi accede solo dopo che le dichiarazioni vengano valutate come importanti e inedite; il pentito detenuto dovrà scontare almeno un quarto della pena; la protezione durerà fino al cessato pericolo a prescindere dalla fase in cui si trovi il processo;
Le critiche alla legge 45
Le critiche più vistose sono state mosse dai magistrati che lavorano in “prima linea” nella lotta alla mafia e che hanno trovato nei pentiti una fonte preziosa di informazioni per ricostruire dinamiche e struttura della criminalità organizzata. Tra le più diffuse critiche, è stato sostenuto che[3]:
il requisito della novità delle dichiarazioni toglie importanza a quelle che sono le pluralità di contributi utili ai fini delle indagini e del processo, ove il pentito fornisca una versione concordante con altre già acquisite; la distinzione tra conviventi del collaboratore e tutti gli altri soggetti per i quali l’estensione della protezione è subordinata all’esistenza di grave ed attuale pericolo lascia perplessi anche in relazione alla ferocia con cui si sono consumate le vendette trasversali;
i sei mesi vengono giudicati troppo brevi per chi è chiamato a ricordare fatti criminosi talvolta remoti nel tempo, avvenuti anche decenni prima dell’inizio della collaborazione
La legge n. 2 del 2 gennaio 1997, intitolata “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici” reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti.

3) La Legge 311/2004 articolo 1 comma 429 EVASIONE FISCALE LEGALIZZATA DELLE SOCIETA’ ESTERE
la legge 311/2004 , stabilisce che le multinazionali con sede legale nei cosiddetti paradisi fiscali facciano riferimento a quel regime fiscale anche se operano in Italia.

LA LEGGE INCRIMINATA CHE PERMETTE A QUESTE MULTINAZIONALI DI “EVADERE”

Questa norma però non esonera dalla trasmissione telematica degli incassi giornalieri (formalità che sostituisce di fatto l’obbligo dello scontrino fiscale). Restano peraltro inalterati gli adempimenti previsti dal titolo II del dPR n. 633 del 1972 e quindi quello di registrazione, liquidazione e versamento periodico ed annuale dell’imposta, oltre che quello di tenuta delle scritture contabili (ex articolo 39 del medesimo dPR n. 633 del 1972). L’AF può accertare in qualsiasi momento che gli importi inviati per via telematica corrispondano effettivamente a quelli battuti (i sigilli dei registratori di cassa non possono essere violati).

4) La legge legge 28 dicembre 2005, n. 262 e il D.Lgs. 27 gennaio 2010, n. 39, LEGGE SUL FALSO IN BILANCIO ( v. anche 8) )
Dette leggi abrogano di fatto il reato di falso in bilancio nel diritto italiano

Il sistema giuridico italiano utilizza la locuzione “false comunicazioni sociali” per indicare quel reato contemplato dal codice civile all’art. 2621 e specificato dagli articoli successivi, e che comprende quindi non soltanto la fraudolenta compilazione del solo bilancio, ma anche quella di tutte le comunicazioni sociali e delle relazioni che la legge impone di redigere, oltre all’omissione di questi obblighi.

La “depenalizzazione”

Il testo normativo è stato oggetto di recente sensibile revisione, con la quale la precedente sanzione della reclusione da uno a 5 anni è stata modificata con la sanzione dell’arresto fino a due anni. Le modifiche attuate sono popolarmente sintetizzate con il termine di “depenalizzazione”, tuttavia la norma vigente continua a prevedere una sanzione ed il falso in bilancio – seppure ne siano state modificate circostanze e conseguenze – resta un illecito. Gli articoli che ne parlano sono peraltro nel Titolo XI del Libro Quinto del Codice, titolo che rimane rubricato come “Disposizioni penali in materia di società e consorzi”. L’art. 2622 esplicitamente nomina l’illecito usando il termine “delitto”.

Nella dialettica suscitata dalla riforma della disciplina, piuttosto, vi è chi sottolinea come l’attuale sia un approccio meno repressivo di quanto non fosse in precedenza nei confronti di chi si renda colpevole di questo illecito.

L’attuale regolamentazione è il risultato di una serie di iniziative a partire dalla proposta di legge delega per la riforma del diritto societario, del governo Amato, approvata dal consiglio dei ministri il 26 maggio 2000 e trasmessa al parlamento della legge delega approvata dal parlamento il 3 ottobre 2001, n. 366e del conseguente decreto delegato d.lgs. 11 aprile 2002 n°61 del governo Berlusconi, seguiti dalla legge 28 dicembre 2005, n. 262 e dal D.Lgs. 27 gennaio 2010, n. 39[21].

Norme vigenti

La norma cardine della disciplina resta l’articolo 2621 del codice civile italiano il quale recita:

« Salvo quanto previsto dall’articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sè o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, sono puniti con l’arresto fino a due anni.

La punibilità è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.
La punibilità è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilità è comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.
In ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.

Nei casi previsti dai commi terzo e quarto, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonché da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’impresa”. »

A precisare il precedente articolo soccorre il 2622, per il quale gli amministratori e gli altri soggetti coinvolti nella redazione di documenti contabili societari, qualora con “intenzione di ingannare i soci o il pubblico” ed il “fine di conseguire per sè o per altri un ingiusto profitto” inquinino i bilanci con “fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni” od omettano informazioni obbligatorie “in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari” sulle reali condizioni della società, se “cagionano un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori, sono puniti, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni”. La querela è ammessa “anche se il fatto integra altro delitto, ancorché aggravato, a danno del patrimonio di soggetti diversi dai soci e dai creditori, salvo che sia commesso in danno dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee”.

Qualora la società di cui si travisino le carte contabili sia società italiana con azioni quotate in mercati regolamentati italiani o di altri paesi dell’Unione Europea (società con azioni quotate)[23] la pena è da uno a quattro anni e il delitto è procedibile d’ufficio, sempre che non cagioni “grave nocumento ai risparmiatori”, nel qual caso la pena è da due a sei anni. Circa questo nocumento, lo si considera grave “quando abbia riguardato un numero di risparmiatori superiore allo 0,1 per mille della popolazione risultante dall’ultimo censimento ISTAT ovvero se sia consistito nella distruzione o riduzione del valore di titoli di entità complessiva superiore allo 0,1 per mille del prodotto interno lordo”.

L’art. 2622 propone anche delle estensioni ed esclusioni di punibilità:

« La punibilità per i fatti previsti dal primo e terzo comma è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi. La punibilità per i fatti previsti dal primo e terzo comma è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene.

La punibilità è comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.

In ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta. »

Sono previste pene accessorie come:

« Nei casi previsti dai commi settimo e ottavo, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonché da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell’impresa »

5<strong>) la l. 241/90 LEGGE SULL’ACCESSO AGLI ATTI AMMINISTRATIVI

l’art .22 limita il diritto di accesso :

Ai fini del presente capo si intende:

a) per “diritto di accesso”, il diritto degli interessati di prendere visione e di estrarre copia di documenti amministrativi;

b) per “interessati”, tutti i soggetti privati, compresi quelli portatori di interessi pubblici o diffusi, che abbiano un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l’accesso

Secondo la Cass., sez. VI, 04-02-2008. tale interesse non si identifica con quello generale al buon andamento della p.a., che riguarda tutti i consociati, ma in quello che fa capo a una situazione giuridica soggettiva su cui il provvedimento è destinato direttamente a incidere (fattispecie nella quale è stato ravvisato l’interesse di un privato all’accesso agli atti del comune concernenti la procedura di demolizione di un manufatto abusivo, posto a distanza illegale dalla sua proprietà).

6) LA LEGGE numero 215/2004, approvata il 13 luglio di quell’anno, e recante “Norme in materia di risoluzione dei conflitti di interessi”.

Il testo varato dal Parlamento Italiano venne duramente criticato per disporre in sostanza norme per punire il conflitto d’interesse, senza però prevenirlo. Nel 2004 l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa espresse il timore che la legge, in combinato con la cosiddetta legge Gasparri, potesse ledere sia di fatto che in termini di diritto il pluralismo informativo[1]. Secondo alcuni pareri espressi dalla Commissione di Venezia, un organo tecnico–giuridico dello stesso Consiglio, i principali punti di criticità sono rappresentati dal fatto che la legge non prevede l’ineleggibilità di un soggetto sottoposto ad un potenziale conflitto di interessi, ma solamente l’incompatibilità nell’assumere incarichi differenti da quelli di governo, o nell’adottare atti od omissioni da cui deriverebbe “un’incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio”. Quest’ultimo aspetto è definito come conflitto d’interessi solo quando da un atto od omissione deriverebbe un “danno per l’interesse pubblico”. Inoltre un secondo punto di particolare problematicità risiederebbe nel fatto che “che la legge 215 non ricomprende la “mera proprietà” di un’impresa né tra le ipotesi di incompatibilità né tra le ipotesi di conflitto di interessi”.

Un altro argomento di critica è rappresentato dalla determinazione del “danno per l’interesse pubblico”, valutazione sostanzialmente politica che esula dalla sfera di competenza dell’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato, dotata di strumenti di analisi tipicamente economici.

In Italia il problema si è presentato in forme di una certa rilevanza in particolare da quando Silvio Berlusconi prese parte alla campagna elettorale del 1994 per coprire la carica di Presidente del Consiglio dei ministri (carica ricoperta successivamente anche dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2011). Il conflitto era in questo caso rappresentato dalla titolarità contemporanea di funzioni pubbliche, del gruppo televisivo Mediaset, e di altre proprietà sulle quali vi sarebbe stata possibilità di legiferazione (settore assicurativo, sportivo, edile, editoriale, ecc.). Per alcuni opinionisti, inoltre, tale conflitto sarebbe motivo d’ineleggibilità e di incompatibilità di cariche in base alle legge italiana sulle concessioni pubbliche.

La Costituzione italiana, secondo gli artt. 65 e 66, obbliga il Parlamento a valutare l’eleggibilità dei suoi membri in base alla legge ordinaria. L’art. 10 del DPR 361/1957 recita: «Non sono eleggibili […] coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l’obbligo di adempimenti specifici, l’osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta». La Giunta delle elezioni della Camera dei deputati, nel 1994, confermò l’elezione di Silvio Berlusconi (fondatore e azionista di maggioranza di Mediaset, società che controlla RTI, titolare delle concessioni televisive di Canale Cinque, Rete Quattro e Italia Uno) poiché la norma citata andrebbe riferita «alla concessione ad personam e quindi, se non c’è titolarità della persona fisica, non si pone alcun problema di eleggibilità, pur in presenza di eventuali partecipazioni azionarie». Nelle successive legislature fu ribadita l’eleggibilità di Berlusconi. Tuttavia, secondo alcuni, l’interpretazione di cui sopra sarebbe in contrasto con lo spirito e la lettera della legge. Se infatti Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, ne è il rappresentante legale, a chi si riferisce il sintagma «in proprio»? L’azionista di maggioranza è colui che gode del diritto di proprietà e trae i profitti dalle attività dell’azienda. Inoltre la Giunta, nella sua motivazione, introduce il concetto di titolarità del contratto, che non figura nella legge: l’essere «vincolati con lo Stato» non dipende solo dalla rappresentanza legale, ma anche dai vincoli conseguenti alla proprietà. Si noti che le concessioni televisive sono date all’azienda, non alla persona fisica: dunque il vincolo con lo Stato consiste nella proprietà o nella direzione dell’azienda concessionaria. Infine, che in proprio valga ‘in proprio nome’, con curiosa ellissi del sostantivo, è interpretazione chiaramente confutata dai primi due significati della locuzione: «non essendo alle dipendenze di nessuno» e «di proprietà personale»; la terza accezione, di basso uso, «personalmente, di persona», è limitata all’espressione «rispondere in proprio di qualcosa», in cui è sottintesa l’idea del mettere a rischio le proprie sostanze nell’assumersi una responsabilità. Con l’opinione che il possesso di alcuni mass media potesse costituire un possibile vantaggio elettorale, fu sostenuta altresì una sostanziale incostituzionalità, in quanto l’articolo 51 della Costituzione Italiana stabilisce che “tutti i cittadini (…) possono accedere agli uffici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza” e che la possibilità di orientare la comunicazione avrebbe potuto minare tale effettiva eguaglianza.

Nel 1996 il senatore Stefano Passigli propose un disegno di legge che, tra le altre cose, prevedeva che il funzionario pubblico con un patrimonio eccedente una certa somma dovesse affidarlo in gestione ad un’apposita società indipendente (blind trust o fondo cieco). Il d.d.l. non venne approvato. La questione fu però ripresa dallo stesso Governo Berlusconi II con la Legge n. 215 del 2004 (Norme in materia di risoluzione dei conflitti di interessi)[1]. Si è eccepito che la legge sarebbe risultata di ben poca rilevanza per la risoluzione del conflitto, poiché si limitava a prescrivere che l’imprenditore individuale provvedesse a nominare uno o più institori, cioè una o più persone di fiducia (figli, parenti, amici, e perciò soggetti non realmente indipendenti) cui affidare l’effettiva gestione aziendale; l’unico vero effetto di tale legge è di impedire il varo di provvedimenti che possano favorire una data persona. Il Parlamento europeo prese già nel 2002 posizione sulla questione: al paragrafo 38 della risoluzione del 20 novembre 2002 deplorava che, “in particolare in Italia, permanga una situazione di concentrazione del potere mediatico nelle mani del presidente del Consiglio, senza che sia stata adottata una normativa sul conflitto d’interessi”.

Tra gli altri asseriti casi italiani di conflitto d’interessi, vi sarebbe quello del governatore della Sardegna (in carica dal 2004 sino al dicembre 2008) Renato Soru, fondatore della società di telecomunicazioni Tiscali. Questi però, dopo la sua elezione, ha ufficialmente lasciato, similarmente a Silvio berlusconi, il controllo della società, pur continuando a mantenerne il 27,5% del capitale (in seguito gradualmente sceso fino al 18%).

Marco Travaglio, durante la III puntata del programma di Michele Santoro “Servizio Pubblico”, ha dichiarato che Corrado Passera, in qualità di “superministro” del governo Monti, è, vista la sua carriera in ambito bancario, in pesante conflitto di interesse.

7) La legge 6 marzo 1998 n. 40, nota come Legge Turco-Napolitano, in materia dell’immigrazione dall’estero.Rispetto alla vecchia disciplina, conosciuta come legge Martelli (L. 39/1990), e alle varie disposizioni integrative e modificative del pur incompleto e frammentario quadro normativo, la nuova legge tenta di proporsi come legislazione di superamento della fase emergenziale.

L’impostazione della legge rivela l’intento di regolamentare l’immigrazione, favorendo da un lato l’immigrazione regolare e scoraggiando l’immigrazione clandestina. L’immigrato regolare può così affrontare il percorso di acquisizione della cittadinanza configurato dalla legge. Tale percorso è caratterizzato da una serie di tappe verso l’acquisto dei diritti propri del cittadino pleno iure, inclusivo del diritto al ricongiungimento familiare, del diritto al trattamento sanitario e alla salute, e del diritto all’istruzione. Per contro, il clandestino diventa destinatario di un provvedimento di espulsione dallo Stato.

Per la prima volta nella storia della Repubblica, si istituisce la figura del Centro di permanenza temporanea oggi CIE (all’articolo 12 della legge), per tutti gli stranieri “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera non immediatamente eseguibile”, dando vita a veri e propri neo LAGER !! occorrerebbe introdurre una legge che preveda il divieto di ingresso senza internamento ma semplice espusione.

Condizioni umanitarie nei CIE
Il primo documento ufficiale a denunciare le condizioni all’interno dei centri è la relazione 2003 della Corte dei Conti ; in essa si parla di «programmazione generica e velleitaria», «strutture fatiscenti», «scarsa attenzione ai livelli di sicurezza», «mancata individuazione di livelli minimi delle prestazioni da erogare»

È del 2004 un rapporto di Medici Senza Frontiere , in cui vengono descritte strutture inadeguate a svolgere il loro compito. Inoltre, viene segnalato l’alto tasso di autolesionismo tra i trattenuti nei centri.

Come afferma anche Amnesty Internationalnel suo rapporto sui centri, molte volte i detenuti sono sistemati in container e in altri tipi di alloggi inadeguati a un soggiorno prolungato, esposti a temperature estreme, in condizioni di sovraffollamento.

Alcuni centri hanno uno spazio aperto troppo angusto, quando non manca del tutto. Vi sono notizie di condizioni igieniche carenti, di cibo scadente, e soprattutto di mancate forniture di vestiti puliti, biancheria, lenzuolaTalvolta non esistono ambienti separati per i richiedenti asilo, né vengono previste aree separate per gli ex-carcerati: quest’ultimo fatto determina frequentemente da una parte problemi di convivenza che sorgono tra normali lavoratori irregolari e persone uscite da anni di carcere in cui hanno appreso le regole proprie del paradigma carcerario, dall’altra mette a contatto persone prive di ogni status giuridico e di ogni assistenza a contatto con ambienti che invece possono fornire una possibilità di sopravvivenza (i CIE insomma, invece di diminuire la delinquenza, tendenzialmente è in grado di incrementarla).

L’assistenza medica nei centri è del tutto inadeguata (inesistenza di assistenza psicologica e psichiatrica, assenza di reparti per categorie vulnerabili, carenza nella gestione di cartelle cliniche e nelle misure per prevenire il diffondersi di epidemie). In particolare, molto frequente è l’eccessiva prescrizione di sedativi e tranquillanti.

E sono frequentissimi, tra i detenuti, i casi di autolesionismo. Ma nonostante la deprivazione psicologica non è fornito alcun tipo di assistenza.

Sono state riscontrate gravi violazioni quanto al diritto di asilo. MSF aveva verificato ad esempio che – quando ancora non era stato emanato il regolamento che istituisce il trattenimento nei CPT dei richiedenti asilo – i detenuti che avevano fatto richiesta di asilo, invece di essere rilasciati in attesa dell’audizione da parte della commissione come era previsto dalla legge, continuavano a essere trattenuti nei centri. Sono stati testimoniati casi in cui stranieri con un regolare permesso di soggiorno sono stati egualmente detenuti nei centri, e la loro detenzione è stata convalidata dal giudice durante l’udienza (a riprova di quanto siano garantiti i diritti legali dei detenuti). In altri casi c’è stato il trattenimento illegale di minori non accompagnati e di donne incinte.

È stato verificato come siano ben pochi i centri ad aver steso un regolamento interno, come richiesto dal ministero, e come la “carta dei diritti e dei doveri” consegnata ai detenuti all’ingresso nei centri – non essendo spesso tradotta nelle lingue dei detenuti, e mancando un adeguato servizio di informazione legale (spesso svolto da personale non specializzato dell’ente gestore) – sia insufficiente allo scopo previsto. Così, come emerge da tantissime testimonianze, il migrante si trova chiuso in una prigione senza sapere nulla né del perché si trova lì dentro, né di cosa gli accadrà in seguito. E spesso, come si è detto, non ha alcuna informazione sulle sue possibilità di presentare richiesta d’asilo.

Gli enti gestori, poi, talvolta sono accusati di dissuadere i detenuti dal nominare certi avvocati molto attivi per sostenere i diritti dei migranti in favore di altri “fidati” i quali poi non mostrano alcun impegno. La stessa Croce Rossa Italiana è duramente contestata per la collaborazione nella gestione dei C.I.E [17] e per alcuni accadimenti in cui il suo operato ha lasciato qualche ombra.Decisamente rilevante, a questo rispetto, è la difficoltà di essere ammessi dentro le strutture per parlamentari, rappresentanti di Ong (non è mai stata ammessa la stessa Amnesty International), avvocati (con relative difficoltà per ricevere la nomina degli assistiti potenziali, e di incontrare gli assistiti effettivi), giornalisti (di fatto mai ammessi).[ Citando il rapporto di Amnesty International: “C’è stato un certo numero di denunce di abusi di matrice razzista, aggressioni fisiche e uso eccessivo della forza da parte degli agenti di pubblica sicurezza e da parte del personale di sorveglianza, in particolare durante proteste e in seguito a tentativi di evasione. Vari procedimenti penali sono in corso laddove i detenuti sono stati in grado di sporgere querela. (…). Raramente c’è chiarezza fra i detenuti su come e a chi dovrebbe essere rivolta una denuncia, o una preoccupazione riguardo al trattamento da parte del personale, dei compagni di prigionia o degli agenti di pubblica sicurezza; la maggior parte di loro non avrebbe pieno accesso a meccanismi di denuncia né a consulenze indipendenti. Talvolta, ad alcuni detenuti che intendevano denunciare qualcosa è stata offerta la possibilità di accedere al sistema di giustizia penale da parte di avvocati, Ong o parlamentari in visita, ma la maggior parte delle presunte vittime sarebbe riluttante a sporgere denunce per abusi mentre si trova ancora nei Cpta, per paura di ritorsioni”.

Le critiche all’idea di CIE L’analisi di molti gruppi libertari identifica i CIE per regolare la quantità di “forza lavoro eccedente”, cioè disoccupati e lavoratori saltuari. Osservando come la manovalanza europea sia costituita in gran parte da immigrati (spesso in condizioni di lavoro irregolare), essi deducono che il sistema necessita di immigrati ricattabili al fine di poterli sfruttare.
Proprio questa sarebbe la funzione delle leggi anti-immigrazione e di istituti quali il permesso di soggiorno, oggetto di critiche in quanto la sua concessione è subordinata alla titoralità di un contratto di lavoro. Tuttavia occorrerebbe riconsiderare l’idea di creare lavoro in loco ed evitare l’immigrazione.
I medesimi gruppi sostengono inoltre che il termine tecnicamente corretto per identificare i CIE sia campo di concentramento. Tali strutture sono luoghi in cui vengono rinchiuse persone che non hanno commesso alcun reato. Anche alcuni studi di scienze sociali, riprendento alcune intuizioni di Hannah Arendt e di Giorgio Agamben, hanno mostrato come ci sia una continità di logica tra i campi di concentramento (dalla loro origine coloniale, passando per i campi nazisti) e i CIE, in quanto spazi in cui viene normalizzata una condizione di eccezione al diritto.

A queste critiche, i libertari aggiungono un rifiuto incondizionato di ogni tipo di reclusione, negando tra l’altro allo Stato il diritto di esercitare qualunque funzione (punitiva, preventiva e rieducativa) tramite la detenzione degli individui.

Secondo l’estrema destra, invece, i CIE sono considerati una spesa inutile per lo Stato, auspicando un rimpatriato immediato dei migranti.

La posizione della Chiesa cattolica è generalmente critica nei confronti dei CIE, anche se ad oggi non risultano posizioni organiche ufficiali al riguard

I campi di concentramento libici I gruppi che con più fervore e costanza si oppongono ai CIE estendono la loro critica ai campi di concentramento libici. Gli immigrati di origine africana che vengono espulsi dall’Europa, infatti, vengono deportati in tali strutture. I tre campi attualmente esistenti sono stati parzialmente finanziati dal governo italiano. Il primo è stato costruito nel 2003 e si trova nel nord del paese. I due successivi hanno visto stanziamenti nella finanziaria 2004-2005 e si trovano rispettivamente a Cufra (al confine con l’Egitto) e a Sebha. Tutti e tre si trovano comunque nel deserto. Durante il tragitto da e verso tali campi, moltissimi sono i casi accertati di decessi. Inoltre persone che vi sono state e che sono riuscite a fuggire testimoniano che i secondini forniscono ai detenuti un piatto di riso al giorno e acqua ogni due giorni. All’interno si trovano molte famiglie e molti bambini orfani.
7bis) LA LEGGE SULLE COMMISSIONI SUGLI SCOPERTI
Il Decreto Legge 24 marzo 2012, n. 29 coordinato con la legge di conversione 18 maggio 2012, n. 62 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale 21 maggio 2012, n. 117, detto anche DL “banche” con cui tornano le commissioni bancarie per gli scoperti che erano state abolite con il DL liberalizzazioni.
Con il decreto si prevede che – oltre ai tassi di interesse debitori sulle somme effettivamente utilizzate dai clienti, i costi bancari includano solamente due tipologie di commissioni per il “rosso”: una che comprende la messa a disposizione dei fondi, che non può eccedere lo 0,5% e che viene accordato per trimestre (la CDF, commissione di disponibilità fondi); la seconda, che è relativa agli scoperti di conto e agli utilizzi extra fidi, ed è commisurata ai costi, ed espress in misura fissa e assoluta (la CIV, commissione di istruttoria veloce).

“Le nuove regole erano attese dopo che, in particolare, la commissione sugli sconfinamenti (quella cioè che veniva comunemente definita sul «massimo scoperto») era stata cancellata, poi ripristinata e infine di nuovo azzerata ma solo per le famiglie che vanno in rosso per 500 euro «eccezionalmente », cioè per non più di sette giorni consecutivi e al massimo una volta al trimestre” – ha affermato il Corriere in un suo approfondimento – “Per quanto riguarda la commissione sull’affidamento viene ribadito nell’articolo 3 del decreto che si tratta di un onere omnicomprensivo (pari allo 0,5%) che si applica sulla somma messa a disposizione e per il periodo fissato dal contratto”.

Ma a quanto ammonta il risparmio? Stando alla simulazione effettuata da Altroconsumo, le commissioni sarebbero spesso superiori ai 40 euro, oscillando tra i 51,54 euro di Carige ai 76,61 euro di Banca Popolare dell’Emilia Romagna, o ancora dai 51,41 euro di Banca Sella ai 51,71 euro di Ubi Banca e ai 51,72 euro di Monte dei Paschi di Siena.

Un costo che – – sarebbe penalizzato prevalentemente dalle spese fisse, visto e considerato che gli interessi debitori generati dagli scoperti rilevati sarebbero di norma piuttosto contenuti, pari a meno di 2 euro.

in defintiva la bacna ti crea prima una spesa e poi una sovratassa sulla spesa creata.

8) La Legge 6 dicembre 1973, n. 853 e ss. modifiche ovvero la legge sull’ Autonomia Contabile e funzionale dei Consigli Regionali delle Regioni a Statuto ordinario
La legge da la possibilità di far fare un gruppo consiliare anche ad un solo deputato regionale et.c etc. etc. oltre 15 milioni di euro a regione per i gruppi , ( TROPPPI SOLDI ) oltre 211 mila euro a consigliere per assumere i collaboratori

8bis) il “PORCELLUM

o anche Legge Calderoli

Roberto Calderoli, è il principale autore della legge.
La legge n. 270 del 21 dicembre 2005 è la legge che ha modificato il sistema elettorale italiano e ha delineato la disciplina attualmente in vigore. È stata formulata principalmente dall’allora Ministro per le Riforme Roberto Calderoli, che tuttavia a seguito delle numerose modifiche introdotte durante l’iter parlamentare la definì «una porcata». in un’intervista televisiva. Proprio per questo venne definita porcellum dal politologo Giovanni Sartori.
La norma sostituì le precedenti leggi numeri 276 e 277 del 1993 (cosiddetto Mattarellum), introducendo un sistema radicalmente differente.

Storia

Voluta da Silvio Berlusconi, che il 4 ottobre 2005 “minaccia la crisi di governo nel caso in cui non venisse approvata la riforma elettorale proporzionale”,[3] la legge fu approvata a pochi mesi dalle elezioni politiche con i voti della maggioranza parlamentare della Casa delle Libertà (principalmente Forza Italia, Alleanza Nazionale, Unione dei Democratici Cristiani, Lega Nord), senza il consenso dell’opposizione (principalmente Italia dei Valori, Democratici di Sinistra, Margherita, Partito della Rifondazione Comunista), che l’ha duramente criticata e contrastata.[4] Ha modificato il precedente meccanismo misto, per 3/4 a ripartizione maggioritaria dei seggi, in favore di un sistema proporzionale corretto, a coalizione, con premio di maggioranza ed elezione di più parlamentari contemporaneamente in collegi estesi, senza possibilità di indicare preferenze.

La legge (in vigore dal 31 dicembre 2005[5]) finora ha regolato le elezioni politiche italiane del:
2006, con formazione della XV Legislatura della Repubblica Italiana;
2008, con formazione della XVI Legislatura della Repubblica Italiana.
2013, con formazione della XVII Legislatura della Repubblica Italiana.

Nel 2009 si tennero tre referendum abrogativi, tesi a modificare tale legge in più punti. Questi referendum, inizialmente fissati per il 18 maggio 2008, furono poi rimandati al 21 giugno 2009 a causa dello scioglimento anticipato delle Camere, avvenuto il 6 febbraio 2008. Nessuno dei tre referendum raggiunse il quorum del 50% più un elettore.

Nel 2013, la radicale modifica di tale legge è stato uno degli argomenti centrali della campagna elettorale di tutte le forze politiche per le imminenti elezioni. Il 17 maggio, la Corte suprema di cassazione ha criticato aspramente la legge Calderoli, rilevando importanti questioni di legittimità costituzionale e affidando alla Corte costituzionale un’eventuale giudizio di incostituzionalità.[6][7]

Caratteristiche principali[modifica sorgente]

La legge si può considerare in controtendenza con l’esito del referendum del 18 aprile 1993, il quale, con un consenso dell’82,7% dei voti e un’affluenza del 77%, portò all’abrogazione di alcuni articoli della vecchia normativa elettorale proporzionale del Senato, configurando un sistema maggioritario, delineato in seguito dalle leggi n. 276 (per il Senato) e n. 277 (per la Camera, nota anche come legge Mattarella) del 4 agosto 1993.

Significativa è l’abolizione dei collegi uninominali: l’elettore precedentemente poteva votare su due schede per la Camera dei Deputati e una scheda per il Senato. Mentre la parte proporzionale alla Camera veniva espressa con la seconda scheda, dando la possibilità di scegliere una lista, al Senato si procedeva a un recupero su base regionale fra i non eletti all’uninominale.

Il sistema introdotto dalla legge n. 270 è completamente nuovo: il premio di maggioranza per la coalizione vincente alla Camera (caratteristica che si riscontra, oltre che in Italia, solo in Grecia e a San Marino) era già apparso in due leggi elettorali italiane del passato: la legge Acerbo del 1923 e la cosiddetta “legge truffa” del 1953, ma in entrambe ci furono delle soglie di sbarramento per raggiungerlo, cosa che questa legge n. 270 non prevede.

Punti salienti della legge sono:

Liste bloccate

Con l’attuale sistema, replicante quello in vigore per la quota proporzionale prevista dal precedente Mattarellum, l’elettore si limita a votare solo per delle liste di candidati, senza la possibilità, a differenza di quanto si verifica per le elezioni europee, regionali e comunali, d’indicare preferenze. L’elezione dei parlamentari dipende quindi completamente dalle scelte e dalle graduatorie stabilite dai partiti.

Premio di maggioranza
La legge prevede ambiti territoriali diversi per l’attribuzione del premio di maggioranza: l’intero territorio nazionale (esclusa la Valle d’Aosta) per la Camera dei deputati, la singola circoscrizione, coincidente con il territorio di una Regione, per il Senato della Repubblica[8] (escluse Valle d’Aosta, Molise e Trentino-Alto Adige). Secondo alcuni studiosi l’obbligo previsto dall’art. 57, comma 1 della Costituzione italiana non si estende al premio di maggioranza (vedi saggi sul Forum di Quaderni Costituzionali) [1]. Per la Camera dei deputati, la legge prevede che la lista o coalizione di liste che ottiene la maggioranza dei voti ma che non consegue i 340 seggi, sia assegnataria di una quota ulteriore di seggi oltre quelli già ottenuti, in modo da raggiungere tale numero. I 12 seggi assegnati dalla Circoscrizione Estero e il seggio assegnato dalla Valle d’Aosta sono attribuiti secondo regole diverse: i relativi voti non sono calcolati per la determinazione della lista o coalizione di liste di maggioranza relativa. Per il Senato della Repubblica, la legge prevede che la lista o coalizione di liste che ottiene la maggioranza dei voti nella Regione ma che non consegue il 55% dei seggi da questa assegnati, sia assegnataria di una quota ulteriore di seggi, in modo da raggiungere tale numero. I 6 seggi assegnati dalla Circoscrizione Estero, il seggio assegnato dalla Valle d’Aosta, i 2 seggi assegnati dal Molise e i 7 seggi assegnati dal Trentino Alto-Adige sono attribuiti secondo regole diverse. Alle elezioni politiche italiane del 2013 la lista o coalizione di liste vincente otterrà almeno 13 seggi su 22 in Piemonte, 27 su 49 in Lombardia, 14 su 24 in Veneto, 4 su 7 in Friuli-Venezia Giulia, 5 su 8 in Liguria, 13 su 22 in Emilia-Romagna, 10 su 18 in Toscana, 4 su 7 in Umbria, 5 su 8 nelle Marche, 16 su 28 nel Lazio, 4 su 7 in Abruzzo, 16 su 29 in Campania, 11 su 20 in Puglia, 4 su 7 in Basilicata, 6 su 10 in Calabria, 14 su 25 in Sicilia, 5 su 8 in Sardegna.

Programmi e alleanze espliciti[modifica sorgente]

La legge prevede l’obbligo, contestualmente alla presentazione dei simboli elettorali, per ciascuna forza politica di depositare il proprio programma e di indicare il proprio capo.
Prevede inoltre la possibilità di apparentamento reciproco fra più liste, raggruppate così in coalizioni. Il programma e il capo della forza politica, in caso di coalizione, devono essere unici: in questo caso viene assunta la denominazione di Capo della coalizione. Egli tecnicamente non è candidato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, poiché spetta al Presidente della Repubblica la nomina a quell’incarico.

Soglia di sbarramento[modifica sorgente]
Per ottenere seggi alla Camera, ogni partito o lista deve ottenere almeno il 4% dei voti nazionali mentre le coalizioni devono ottenere almeno il 10%. Le liste collegate a una coalizione che abbia superato la soglia prescritta partecipano alla ripartizione dei seggi se superano il 2% dei voti; partecipa inoltre alla ripartizione il primo partito al di sotto di questa soglia all’interno della stessa coalizione (il cosiddetto miglior perdente). Questo vuol dire che se una coalizione che superi lo sbarramento del 10% fosse formata da 3 partiti di cui solo 2 superano il 2%, il terzo entrerebbe sicuramente alla Camera con qualsiasi percentuale; se una coalizione fosse formata da 4 partiti di cui solo 2 superano il 2%, entrerebbe alla camera solo il più votato degli altri 2 che non hanno superato la soglia. Se una coalizione non dovesse superare il 10%, ogni singolo partito che la compone deve superare il 4%.
Per ottenere seggi al Senato, ogni partito o lista deve ottenere almeno l’8% dei voti mentre le coalizioni devono ottenere almeno il 20%. Le liste collegate a una coalizione che abbia superato la soglia prescritta, partecipano alla ripartizione dei seggi se superano il 3% dei voti. Questo metodo ricorda quello della legge elettorale usata in Toscana, che prevede simili sbarramenti. La differenza sostanziale con la Camera è data dal fatto che le soglie e il premio di maggioranza non sono calcolati sui voti nazionali, ma su base regionale: per questo motivo alcune regioni risultano più importanti di altre perché i seggi assegnati dipendono dalla popolazione regionale, tant’è che i giornalisti hanno cominciato a chiamare la Lombardia Ohio d’Italia per il suo peso simile a quello che ha lo stato americano nelle elezioni del presidente degli Stati Uniti
A tutela delle minoranze linguistiche riconosciute è previsto che le liste che le rappresentano, coalizzate o no, possano comunque accedere al riparto dei seggi per la Camera dei Deputati ottenendo almeno il 20% dei voti nella circoscrizione in cui concorrono. Per il Senato della Repubblica è stato previsto che 6 dei 7 seggi spettanti al Trentino-Alto Adige siano assegnati tramite collegi uninominali, mantenendo in quest’unica Regione il meccanismo previsto dal previgente Mattarellum.

Circoscrizione estero

La legge ha introdotto la novità della circoscrizione estero, suddivisa in 4 ripartizioni, che permettono di eleggere 12 seggi alla Camera dei deputati (5 per l’Europa, 4 per l’America Meridionale, 2 per America Settentrionale e Centrale, e 1 per il resto del mondo) e 6 seggi al Senato della Repubblica (2 in Europa, 2 in America Meridionale, 1 in America Settentrionale e Centrale e 1 in Africa, Asia, Oceania e Antartide).

9) TUTTE LE LEGGI AD PERSONAM

Legge sulle rogatorie internazionali(L. 367/2001): limitazione dell’utilizzabilità delle prove acquisite attraverso una rogatoria (trova applicazione anche al processo “Sme-Ariosto 1” per corruzione in atti giudiziari)
Depenalizzazione del falso in bilancio(L. 61/2002): modifica della disciplina del falso in bilancio (nei processi “All Iberian 2” e “Sme-Ariosto2” Berlusconi viene assolto perché “il fatto non è più previsto dalla legge come reato”)
“Legge Cirami” (L. 248/2002): introduzione fra le cause di ricusazione e trasferimento del processo del “legittimo sospetto sull’imparzialità del giudice” (la norma utilizzata per spostare il processo da Milano a Brescia non ottenne i risultati sperati)
“Lodo Schifani” (L. 140/2003): introduzione del divieto di sottoposizione a processo delle cinque più alte cariche dello Stato tra le quali il Presidente del Consiglio in carica, dichiarata incostituzionale dopo pochi mesi, con sentenza della Corte costituzionale n. 13 del 2004.
Decreto-salva Rete 4 (D.L. 352/2003): Introdotta ‘ad hoc’ per consentire unicamente a Rete 4 di Mediaset di continuare a trasmettere in analogico, sfavorendo Italia 7.
“Legge Gasparri” (L. 112/2004): introduzione del SIC (“Sistema Integrato delle Comunicazioni”) che ha per effetto di estendere il numero di canali televisivi che un singolo soggetto può avere in concessione (la norma consente di evitare la riduzione del numero di concessioni del gruppo Mediaset, evitò lo scioglimento del monopolio televisivo Mediaset)
Condono edilizio nelle aree protette (L. 308/2004): estensione del condono edilizio alle zone protette (comprensiva la villa “La Certosa” di proprietà di Berlusconi)
“Legge ex Cirielli” (L. 251/2005): riduzione dei termini prescrizione (denominata anche legge salva-Previti, ha introdotto una riduzione dei termini di prescrizione per gli incensurati e trasformato in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni, consentendo l’estinzione per prescrizione dei reati di corruzione in atti giudiziari e falso in bilancio nei processi “Diritti TV Mediaset” e”Mills” a carico di Berlusconi)
“Legge Pecorella” (L. 46/2006): introduzione dell’inappellabilità da parte del PM delle sentenze di proscioglimento, dichiarata incostituzionale dopo pochi mesi, con sentenza della Corte costituzionale n. 26 del 2007
“Lodo Alfano” (L. 124/2008): introduzione di un nuovo divieto di sottoposizione a processo delle quattro più alte cariche dello Stato tra le quali il Presidente del Consiglio in carica, dichiarata incostituzionale dopo un anno, con sentenza della Corte costituzionale n. 262 del 2009
Secondo una inchiesta del quotidiano La Repubblica, a firma del giornalista Giuseppe D’Avanzo, le leggi approvate dal 2001 ad oggi dai governi di centrodestra che hanno prodotto benefici effetti per Berlusconi e le sue società sarebbero state diciassette[4]. Oltre ai dieci provvedimenti sopra menzionati, il quotidiano romano considera quali leggi ad personam ulteriori sette atti legislativi[5]:

Legge “Tremonti bis” (L. 383/2001): abolizione dell’imposta su successioni e donazioni per grandi patrimoni, che in precedenza era applicata fino a 350 milioni (utilizzata per la successione esentasse dei grandi patrimoni familiari, incluso quello della famiglia Berlusconi)
Decreto salva-calcio (D.L. 282/2002): concessione alle società sportive della possibilità di diluire le svalutazioni dei giocatori sui bilanci in un arco di dieci anni, con importanti benefici economici in termini fiscali (la norma trova applicazione anche al Milan A.C.)
Condono “tombale” (L. 289/2002): con la Finanziaria 2003 viene introdotto un condono “tombale” sulle imposte evase (beneficiano del condono “tombale” anche le imprese del gruppo Mediaset)
Incentivo per l’acquisto del decoder (L. 350/2003): con la Finanziaria 2004 viene introdotto un incentivo statale all’acquisto di decoder per DTT (la maggior beneficiaria della norma è la società Solari.com, principale distributore in Italia dei decoder digitali Amstrad del tipo “Mhp”, che è controllata al 51 per cento da Paolo e Alessia Berlusconi)
Riordino previdenza complementare (D.Lgs. 252/2005): riforma complessiva della previdenza complementare. Vengono introdotte una serie di norme che favoriscono fiscalmente la previdenza integrativa individuale (beneficiano di queste disposizioni anche della società assicurative di proprietà della famiglia Berlusconi)
Decreto anticrisi(D.L. 185/2008) aumento dal 10 al 20 per cento dell’IVA sui servizi di televisione a pagamento (la norma danneggia la “Sky Italia”, principale competitor privato del gruppo Mediaset)
Decreto incentivi (D.L. 5/2009): aumento dal 10 al 20 per cento della quota di azioni proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio (la disposizione è stata immediatamente utilizzata dalla Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset).
10) il DLGS 56/2000 e ss., ovvero la spesa della SANITA’.
il dl.gs tentò di ridisegnare il sistema di finanziamento della sanità sulla base di una parametrizzazione per tentare di cominciare a ridurre glieffeti del principio della spesa storica nelle p.a. Ma da allora e sino alla recente Legge n. 42 del 5 Maggio 2009 ( n.b. l’8 agosto 2012 è entrato in vigore il d.l. taglia spese sanità con obbligo di integrazione da parte della conferenza stato regioni commento …da rivedere…)

Abrogare il dlgs 56/2000 riformandolo con un nuovo sistema misto di comparaggio e benchmarking, ovvero una analisi della spesa sanitaria pubblica nelle Regioni italiane. Stimando con tecnica di panel a effetti fissi, i parametri medi della funzione di spesa, e costruendo una “Regione standard” con cui raffrontare tutte le Regioni italiane . Cosi potrebbe avere un quadro circa le differenze regionali che evidenzino quanta parte della spesa possa trovare giustificazione, da un lato, nelle caratteristiche demografiche, economiche e sociali e nella dotazione di capitale fisico e umano e, così permettere di definire la spesa delle regioni su un modello , che tenga conto dell’effettivo livello qualitativo delle prestazioni e dei servizi erogati ai cittadini , analizzando la relazione media che lega la spesa sanitaria pubblica pro?capite (di parte corrente) delle Regioni ad alcune tra le più importanti variabili esplicative negli ultimi 10 anni , la spesa pro?capite effettiva (di contabilità) di ogni Regione , confrontata con il valore che essa avrebbe dovuto assumere se nella stessa Regione , fa sì che l’impatto delle variabili esplicative sulla spesa è quello mediamente rilevabile nel complesso di tutte le Regioni.
Le Regioni del Centro?Nord sono attestate su livelli di efficienza e di qualità della spesa che appaiono significativamente più elevati rispetto alle Regioni del Mezzogiorno.
Per questo il sistema di spesa standard del dgls 56/200 è incorretto.
Alcune Regioni con spesa effettiva inferiore alla media Italia dovrebbero, in realtà, collocarsi a livelli ancora più bassi se si considera la spesa standardizzata. Questo è vero per quasi tutte le Regioni del Sud e Isole. Per il Lazio, che ha una spesa effettiva superiore alla media Italia, la standardizzazione conferma che la sovraspesa è ingiustificata.
Anche due Regioni del Nord, il Trentino Alto Adige e la Liguria, fanno registrare scostamenti significativi dallo standard.
Nel complesso emerge il “classico” dualismo italiano: da un lato, il Centro?Nord con scostamenti dallo standard relativamente contenuti e, dall’altro, il Sud e Isole, con scostamenti tra le 5 e le 10 volte rispetto allo scostamento medio del Centro?Nord.
Quando si include la qualità nell’analisi, il divario tra spesa effettiva e spesa standardizzata si amplia (nonostante la sovraspesa, la Regione non offre qualità), oppure riassorbisce (la sovraspesa è spiegata da una maggiore qualità delle prestazioni sanitarie regionali).
Per questo motivo, occorre una legge che definisca per ogni livello di sovra spesa rispetto allo standard, il livellodi qualità che dovrebbe essere assicurato; ovvero, per ciascun livello di qualità, lo scostamento dallanspesa standard necessario e sufficiente per raggiungerlo. L’analisi evidenzia che 9 Regioni dovrebbero operarsi per una riduzione a doppia cifra della spesa procapite. Nella quasi totalità dei casi, si tratta di Regioni del Mezzogiorno, tranne il Lazio, il Trentino Alto Adige e la Liguria. Le Regioni a maggior sovraspesa sono la Campania (+32%), la Sicilia (+24,7%) e laPuglia (+23%). Il Lazio spende oltre il 17% in più del necessario, analogamente al Trentino Alto Adige, mentre la Liguria sfora di oltre il 14%. Basilicata (9%), Valle d’Aosta (9%) e Sardegna (6,2%) dovrebbero realizzare riduzioni minori, ma comunque significative.
Delle prime 8 Regioni per ampiezza della correzione di spesa necessaria, 6 sono attualmente coinvolte in piani di rientro: Campania, Sicilia, Lazio, Liguria, Abruzzo, Molise. Se si escludono il Lazio (accomunabile al Mezzogiorno nelle performance), Trentino Alto Adige e Liguria (che, nonostante, di buon ranking nella qualità, spendono troppo per ottenerla), il Centro?Nord fa registrare livelli di spesa non particolarmente distanti dai livelli stimati come efficienti. Toscana, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Lombardia e Piemonte dovrebbero operarsi per riduzioni inferiori al 3%;mentre Friuli Venezia Giulia e Umbria sono outlier in positivo e guidano il posizionamento della frontiera.
Occorre ridimensionare il finanziamento pubblico tenendo conto di tecniche trasparenti e di facile inserimento nei processi decisionali e nella tempistica dei documenti di finanza pubblica.
La distanza che separa tante Regioni dalla spesa efficiente suggerisce, infatti, che alla ricerca della formula di perequazione teoricamente perfetta e immutabile nel tempo, fondata sul calcolo e sull’aggiornamento di costi e quantità standard per gruppi di prestazioni, convenga, almeno in una prima fase, sostituire quell’approccio di natura molto più empirica ed induttiva evocato nell’Introduzione. Un approccio che, tramite un costante benchmarking interno, individui l’ordine di grandezza della devianza delle singole Regioni rispetto ai modelli migliori già funzionanti nel Paese, e questi valori metta a disposizione sia delle Istituzioni chiamate a definire percorsi di convergenza (Governo, Regioni, amministratori di Asl e strutture ospedaliere), sia dei cittadini e dell’opinione pubblica.
Negli ultimi venti anni il costo della sanità aumenta a dispetto della qualità e in modo dis-uniforme sul territorio e in modo scollegato dalla realtà del rapporto prestazioni- efficienza prestazioni –qualità.
Le Regioni che più sono lontane dalla frontiera efficiente sono anche quelle che erogano prestazioni di qualità inferiore. Sovraspesa e bassa qualità sono andate di pari passo ovvero sono state due facce della stessa medaglia.
Sul piano macroeconomico, in termini di spesa sanitaria pubblica aggregata e di sua incidenza sul Pil, va detto che se tutte le Regioni fossero posizionate sulla frontiera di spesa efficiente, la spesa sanitaria complessiva nazionale in carico alle Regioni nel 2007, invece che pari a 103.092,98 milioni di Euro, si sarebbe potuta collocare a un livello di 91.994,24 milioni di Euro; mentre quella del 2008, invece che pari a 106.104,10 milioni di Euro, sarebbe stata di 94.824,95 milioni di Euro. I risparmi di spesa sarebbero ammontati rispettivamente a 11,1 e 11,3 miliardi di Euro, pari allo 0,72% di Pil all’anno.
Si tratta, naturalmente, di cifre indicative, non realizzabili se non dopo un periodo di transizione, perché aggiustamenti di tale entità non possono compiersi ex?abrupto, soprattutto in un ambito complesso e dalle connotazioni umane e sociali, prima ancora che politiche, come la sanità. Tuttavia, le grandezze che emergono sottolineano due aspetti.
La riforma delle norme sul sistema di spesa è dettata da un lato, dall’urgenza di avviare il percorso di convergenza e di portarlo a compimento senza interruzioni, guadagnando credibilità alla governance. Dall’altro, dalla necessità di affidarsi a regole di perequazione interregionale delle risorse per i livelli essenziali di assistenza il più possibile semplici, trasparenti e di facile inserimento nei processi decisionali e nella tempistica dei documenti di finanza pubblica. L’ampiezza della distanza che separa alcune Regioni dal benchmark suggerisce che, alla ricerca di formule di perequazione teoricamente perfette e immutabili nel tempo, si sostituisca un approccio empirico e induttivo, per far sì che le Regioni siano responsabilizzate sul fronte della spesa e della qualità degli output con un’accelerazione significativa del processo di convergenza.
UN sistema di “benchmarking” tra Regioni potrebbe , perfezionato e integrato da una batteria di indicatori chiave, sostenere un sistema di perequazione basato sulla riduzione delle differenze di Pil pro?capite, e affiancato da programmi di investimento sotto una regìa centralizzata per la realizzazione delle infrastrutture e il miglioramento della dotazione strumentale .
Con il benchmark per le prestazioni complesse, interrelate e socialmente e politicamente sensibili come le sanitarie è compito arduo.
Se le Regioni si fossero fatte trovare sulla frontiera efficiente, nel biennio 2007/2008 si sarebbero risparmiate risorse pari a 1,5 punti percentuali di Pil.Le Regioni incomincerebbero subito ad essere responsabilizzate sul fronte della spesa e della qualità degli output, ad abituarsi a convivere con vincoli di bilancio veri, e ad incanalarsi definitivamente lungo il percorso di convergenza. Un sistema di benchmarking tra Regioni, come quello proposto nel Quaderno, una volta perfezionato e integrato da una batteria di altri pochi indicatori47, può sostenere un sistema di perequazione basato sulla riduzione delle differenze di Pil pro?capite. Questo sistema potrebbe essere affiancato da programmi come Ad esempio indicatori che facciano rilevare situazioni di bisogno non colte dalle variabili esplicative utilizzate nel modello. Tali indicatori, tuttavia, devono essere pochi e rigorosamente vagliati, perché non si ricada nel bargaining, “generalista” e troppo esposto a comportamenti di moral hazard, che spesso hanno tenuto impegnata la Conferenza Stato/Regioni.

Se si adottasse questa prospettiva, si potrebbe da subito lavorare per l’avvio della transizione,con la scelta dei parametri di perequazione sul Pil pro?capite, della misura più idonea di Pil pro?capite, dei programmi di investimento più urgenti per ridurre il gap infrastrutturale tra territori e, soprattutto, dei risultati che anno per anno le Regioni sono chiamate a produrre per convergere verso un buon governo della sanità-

tratto da http://www.cermlab.it/_documents/Quaderno2_09_9_Nov_CERM.pdf.

avv. EMiliano Varanini ( http://www.emilianovaranini.it)

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2 commenti to “Le dieci leggi più brutte dello Stato Italiano”

  1. anche il concordato andrebbe rivisto se non eliminato…è una legge anacronistica ormai e iniqua e brutta brutta brutta…

  2. Un salto di qualita’ nella consolidazzazione del crimine partitocratico, nella mera violazione della costituzione e ordinamento giudiziario della Repubblica Italiana.

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