NoiEuropa intervista Niccolò Rinaldi- Adle IDV. Il significato politico dell’elezione di Barroso.

NoiEuropa intervista Niccolò Rinaldi- Adle IDV.

A cura di Emiliano Varanini.

Niccolò Rinaldi, neo parlamentare europeo, è segretario generale aggiunto presso il gruppo dell’Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa (ADLE), ha lavorato per due anni alle Nazioni Unite, come responsabile dell’informazione in Afghanistan, è laureato in scienze politiche con lode. E’ uno dei  massimi esperti di politiche per lo sviluppo.Recentemente è stato eletto nelle file di Italia dei valori al Parlamento Europeo nel Collegio Italia Centro.

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Il Parlamento Europeo ha confermato Barroso alla Presidenza della Commissione con 382 voti su 718. Voti Contrari 219 , astenuti 117, col Trattato in vigore, ovvero Nizza, bastava la metà dei votanti. Il Trattato di Lisbona chiedeva la metà più uno degli aventi  diritto.

Quindi il voto  è valido anche nel quadro di Lisbona, se l’Irlanda dirà si il 2 ottobre.

Allora Rinaldi, quale è il suo giudizio politico di questa elezione…

“Una conferma a larga maggioranza, che premia la caparbietà di questo uomo che, con fare diciamo mediterraneo, alla fine ha voluto rassicurare tutti, imbonire tutti, promettendo mari e monti.

Il rinvio del voto da luglio a settembre non ha invogliato il Consiglio a permettere ad altri candidati di uscire allo scoperto; e la strategia di vincolare Barroso a un ulteriore voto a fine anno dopo l’eventuale ratifica del trattato di Lisbona (che prevede una maggioranza diversa, competenze e composizioni diverse per Commissione e Parlamento), è svanita visto che la smania di protagonismo dei Verdi europei ha infranto il fronte paladino di questa strada che era l’unica che avrebbe potuto ottenere un risultato diverso.

Il mio giudizio è che l’Europa istituzionale fatica a capire che il mondo cambia e richiede un ruolo diverso all’Unione Europea, che la nostra società è minata da ansie profonde e animata da potenzialità enormi che questo tribalismo e tatticismo esasperante non riescono a intercettare.

Per noi la scelta su Barroso è stata facile facile: insieme a una buona parte dell’ADLE, che ha lasciato libertà di voto, abbiamo votato contro, memori che per cinque anni abbiamo constatato, e criticato, quanto questa Commissione abbia sminuito il ruolo di iniziativa comunitaria e di guardiano dei trattati che le sarebbe proprio, assecondando una profonda deriva inter-governativa, e rendendo il collegio dei commissari, vero organo di indirizzo collettivo, a un’ombra rispetto alle analisi che avvenivano sotto la guida di Delors o dello stesso Prodi.

Barroso è tutt’altro che l’unico responsabile di questo respiro corto, ma certo si è lavorato bene i governi europei per ottenere la conferma dell’incarico, rendendo la sua Commissione assai permeabile alle istanze del Consiglio e rinunciando – dalla gestione della crisi finanziaria e occupazionale, alla politica estera, al compimento del mercato interno e della libera circolazione dei lavoratori, eccetera eccetera. Andrea Bonanni, su Repubblica, sintetizza bene la posta in gioco e perché si è dovuto votare “no”.

“Quali sono state le richieste dell’Adle per il futuro dell’Europa al signor Barroso…”

Quando lo abbiamo incontrato al gruppo, gli ho chiesto se intende lottare per porre il tema cruciale delle risorse proprie, al fine di dotare il bilancio della Commissione di maggiori entrate dirette senza doversele negoziare con i paesi membri. È stato rinunciatario anche nella risposta, confortando la scelta di votare contro di buona parte dell’ADLE e inducendo chi ha poi votato a favore a farlo con la rassegnazione di chi, in un’Europa già tormentata dalla crisi, si arrende di fronte all’unico candidato indicato dal Consiglio (che, ricordo, è l’unica istituzione che oggi ha il diritto di proporre un candidato alla presidenza della Commissione).

Al Parlamento non restava che approvare o bocciare, ma c’è anche chi si è astenuto, come hanno inspiegabilmente fatto quasi tutti i socialisti – mentre i loro portoghesi e spagnoli hanno votato compatti a favore di Barroso, segno che gli istinti nazionali continuano a prevalere. La volontà del gruppo socialista di ingraziarsi e di tenere aperto un negoziato per i futuri incarichi deve essere stata più forte di quanto predicato in campagna elettorale. E così anche il PD si è astenuto, dopo aver gridato per cinque anni che Barroso è “destra”. Ed Europa, giornale del partito, se ne è uscito con un articolo che pone la domanda “ma cosa abbiamo mandato a fare il PD in Europa?”.

“E i federalisti ?”

Anche i federalisti hanno pasticciato parecchio in occasione del voto su Barroso. Al Parlamento abbiamo costituito un intergruppo che dovrebbe rappresentare il nucleo di riflessione e di azione di punta delle istanze federaliste. Per quanto assurdo, l’intergruppo non aveva previsto alcuna riunione prima del voto su Barroso, ovvero prima del principale voto istituzionale di questi cinque anni di legislatura. Dunque, nessun dibattito, nessuna discussione sulle scelte di voto, sulla strategia di comunicazione, sulle questioni da portare avanti nei rispettivi gruppi politici a proposito del candidato alla presidenza della Commissione.

Avevo chiesto la convocazione urgente di un incontro prima del voto; mi è stato detto che sarebbe stata un’ottima cosa farlo, ma che non era possibile perché non c’erano sale e interpreti disponibili… Ma santiddio, non ci si poteva vedere almeno in uno dei nostri uffici, in un bar, a colazione? Avevo ragione, mi è stato detto, ma insomma è complicato. Così i federalisti si sono visti per commentare a posteriori il voto, e con la cancrena di una propria burocrazia che già li sta minando da dentro….”

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